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Dopo gli incendi, le frane di fango. Di nuovo sfollati in #Valsusa, un disastro annunciato

Dopo gli incendi, le frane di fango. Di nuovo sfollati in #Valsusa, un disastro annunciato

di Davide Gastaldo *

In valsusa quando si sono spente le fiamme dell’incendio si sono spente anche le telecamere, le voci e le penne.

Che il nostro sia un Paese che vive di emergenza e voyeurismo macabro non è una novità, ce lo raccontano tutte le catastrofi cosiddette ambientali degli ultimi decenni, in prima pagina per due giorni e poi subito relegate a trafiletti in terzultima: non stupisce, come non stupiscono le passerelle farcite di promesse dei vari big della politica che poi subito scompaiono rumorosamente.

C’è però chi nei luoghi toccati da queste sciagure continua a vivere, in alcuni casi sfidando l’abbandono in cui si trova, cercando di richiamare un po’ di attenzione, provando a ricostruire…, in altri – incredibile dictu – conformandosi alla narrazione mainstream.

Il giorno seguente allo spegnimento dell’incendio un mio concittadino – che 24 ore prima stava piangendo, pregando che le fiamme non gli distruggessero casa – era a pretendere le dimissioni dell’amministrazione comunale perché lui aveva poca acqua per bagnare l’orto, ché nei giorni precedenti si erano deviate le condotte per contrastare il rogo.

A decine, nei giorni e mesi seguenti a lamentarsi: «Perché è chiusa la strada per la borgata xx?» «È una vergogna!», «l’acqua dei rii é sporca!»… E alla risposta «È a causa dell’incendio» rispondono con uno sguardo trasognato, come se avessi rammentato loro una vecchia leggenda: «Ah, già, l’incendio… Ora mi ricordo». Queste dinamiche di non memoria paiono ammorbare pesantemente l’Italia, si tratti di politica, di territorio, di storia…

A livello più istituzionale i tecnici di Città Metropolitana e Regione si son dimostrati preoccupati e interessati, presto daranno indicazioni su cosa andrebbe fatto. Soldi per farlo? Forse l’anno prossimo. Evidentemente, a differenza dei tecnici, gli amministratori degli enti superiori non sono troppo preoccupati.

Di fatto solo chi è abituato o obbligato ad impegnarsi sulla montagna tiene costantemente gli occhi sui versanti, ormai quasi da sette mesi, e trema ad ogni pioggia, sapendo che l’incendio non ha finito il suo lavoro.

Uno sguardo in alto, a terra

Nelle zone dei versanti colpite più fortemente in autunno, il terreno è “cotto” in profondità: le radici delle grandi conifere han continuato a bruciare per giorni trasformando la terra in cenere e sabbia e le pur abbondantissime piogge di questo inizio 2018 non sono riuscite a farvi ricrescere nemmeno un filo d’erba, mentre hanno gonfiato i numerosi rivi montani, il cui letto in molti casi è ostruito da verzura varia, depositatasi durante l’incendio.

L’esito è che in alcuni di essi l’acqua fuoriesce, trovando nuove vie per scendere a valle, creandosi un nuovo letto e compromettendo muri, strade, alberi già intaccati dal fuoco; in altri si creano delle dighe “naturali”, pozze che tengono fino ad un certo punto, poi di colpo cedono, liberando una gran quantità d’acqua, fango e detriti in un medesimo istante.

Questa dinamica continua a verificarsi ad ogni pioggia, e continuerà per mesi, anni.

Bussoleno

La frana in frazione San Lorenzo a Bussoleno è ad oggi il più devastante evento post-incendio in Valsusa: strade, garage, macchine, case coperte dal fango. Un vero disastro. Il conto dei danni, mentre sto scrivendo, è di 30 abitazioni danneggiate, 4 da radere al suolo, 120 persone ancora sfollate. Tre giorni dopo il distacco la zona è ancora un cantiere aperto: colonne di camion portano via fango e detriti mentre si scava, le case di un quartiere intero sono toccate dalla frana e hanno barriere di fortuna – sacchi di sabbia, tavole – agli ingressi. Il fatto che l’evento sia accaduto di giorno e non di notte é forse l’unico motivo per cui non vi sono feriti e morti.

Alla faccia di chi parla di «straordinaria bomba d’acqua» per spiegare l’accaduto, è un disastro preannunciato, e in più modi: nella stretta attualità, da almeno quattro allagamenti nella zona negli ultimi mesi; storicamente, ché quell’area è da lungo tempo soggetta ad esondazioni e smottamenti, e l’incendio l’ha ovviamente resa ancora più instabile.

Qui è chiaro che qualcosa non ha funzionato, non ha funzionato nella prevenzione e nella risposta ai “segnali” (consiglieri comunali di Bussoleno hanno apertamente puntato il dito contro l’immobilismo della Regione Piemonte) e probabilmente non ha funzionato decenni fa, nella progettazione urbanistica. Io però non sono un tecnico, né un profondo conoscitore della zona e non me la sento di andare più nel dettaglio.

Resta che c’è chi ha perso la casa, chi – ora – sta scavando nel fango per recuperare le proprie cose, aiutato da VVFF, volontari AIB e dalla comunità valsusina.

(Permettetemi una parentesi su questa comunità, quella dei No Tav, quei “terroristi” vituperati per decenni da procure e media, che alla fine sono sempre in prima linea, in forze, a portare aiuto a chi ne ha bisogno, dai migranti, ai terremotati, agli sfollati di oggi).

Eventi del genere – di frane ce ne sono già state altre in questa primavera, fortunatamente in zone alte e non antropizzate, e temo ne avremo altre – non sono comunque esito del solo incendio; vi sono sempre concause: versanti trascurati, urbanistica “allegra”, cambiamento climatico…

«Avete abbandonato la montagna, colpa vostra»

In particolare quando si va a cercare le concause di queste dinamiche, le “colpe” vengono solitamente divise in due filoni:

1. La politica, che non cura abbastanza il territorio, preferendo investimenti di sedicente sviluppo spesso scellerato. Di questo si é detto qui ed altrove in mille modi, non credo sia necessario tornarci: é uno scandaloso dato di fatto.

2. «Le comunità hanno abbandonato la montagna». E anche qui di primo acchito verrebbe da dire che è una cosa sacrosanta però poi, sull’eco di alcune letture di Wolf Bukowski, viene da fermarsi un momento, ragionare ed incazzarsi.

La colpa sarebbe dunque degli abitanti locali, al solito l’ultimo e più debole anello della catena, rei di preferire le comodità di valle alla vita montana, cui evidentemente sarebbero invece destinati da un dio, dal fato o dalla società. Un tempo la nostra montagna era molto più in ordine – vero – vissuta, coltivata, pascolata quasi in toto. Ma.

Ma fino a una settantina d’anni fa le famiglie qua tiravano a campare con due vacche e un po’ di orto, si dividevano stagionalmente su due o tre baite sgangherate e senza pavimento, tante grazie se riuscivano a far fare un paio di anni di scuola ai figli, si crepava cadendo nei valloni, si vendevano i capelli per comprarsi un paio di scarpe… Sì, «le comunità hanno abbandonato le montagne», e ‘sti cazzi, le capisco!

Una possibile via al recupero

Non si può pensare ad un recupero montano che preveda un ritorno all’ottocento, chiedendo a chiunque abbia un terreno di comprarsi delle capre per tenerlo pulito, o di coltivarlo (in che modo poi? abbandonando il proprio lavoro? pagando due euro l’ora un ragazzo rumeno che guardi le bestie o zappi?). La frammentazione fondiaria del nostro territorio inoltre è enorme: si pensi che nella sola Mompantero, a fronte di una popolazione di 660 abitanti, ci sono circa 22.000 lotti di terreno, e molti di essi sono «silenti», ossia oltre che abbandonati se ne ignora il proprietario; l’unica soluzione sensata qui, come sempre, è quella di provare a «salvarsi il culo il più collettivamente possibile», creando associazioni fondiarie in cui coloro che hanno terreni riuniscano vari lotti contigui e li cedano ad un pastore o ad un contadino che si impegni a gestirli. Operazione che si sta portando avanti da tempo, e darà quest’anno i primi frutti, ma è molto difficoltosa perché «quel terreno non lo coltivo da trent’anni, anzi manco so bene dove è, ma è MIO, non voglio lasciarlo pascolare da altri» é un’obiezione assurdamente frequente.

E poi servono subito lavori, tanti lavori, che vogliono dire soldi, tanti soldi. Denari che il pubblico dovrebbe immediatamente spendere per la messa in sicurezza dei numerosissimi alvei e delle principali strade montane, per permettere a quelli che di montagna ancora vivono di poter lavorare, per permettere alla montagna di essere vivibile anche da chi vuole solo “assaggiarla” per svago, nonché per far prevenzione: i cambiamenti climatici – è assodato tra tutti i professionisti dello spegnimento degli incendi boschivi – stanno modificando il tipo di roghi che percorrono i nostri territori e la nuova tipologia : fiamme oltre i 20 metri, alta velocità di espansione, ecc. Incendi non spegnibili, neanche coi canadair. Occorre dunque “preparare” il territorio ad essere resiliente al fuoco.

E invece i soldi arriveranno, forse, l’anno prossimo; e qui ci si ritrova, frustrati, preoccupati ed impotenti, davanti ai dinieghi istituzionali (spesso spacciati per mere lentezze) a chiedere sottoscrizioni, lavoro in volontariato, a bussare ad associazioni filantropiche… in una dinamica schizoide in cui il pubblico (Comune) deve rivolgersi al privato per garantire la sicurezza pubblica.

E intanto si parla di rifare le Olimpiadi Invernali nel torinese, e la settimana scorsa hanno appaltato per milioni gli ampliamenti del cantiere Tav di Chiomonte.

Davide Gastaldo è consigliere comunale a Mompantero, dove – come nella grande maggioranza dei comuni valsusini – c’è un’amministrazione No Tav.



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