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Ad oggi sono più di 2mila le persone affogate nel Mediterraneo

Ad oggi sono più di 2mila le persone affogate nel Mediterraneo

“A settembre, una persona ogni otto tra quelle che hanno effettuato la traversata ha perso la vita”. Lo si legge dal rapporto pubblicato oggi dall’Alto Commissariato per le Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). I numeri analizzati sono drammatici: solo questa settimana la conta dei morti al largo delle coste spagnole è stata di 17 persone, più di 2mila se si considera il lasso di tempo che va da gennaio a oggi. Il Mediterraneo continua ad essere un percorso terribilmente pericoloso per coloro che sono costretti ad affrontare la traversata nella speranza di raggiungere l’Europa, “rappresenta per rifugiati e migranti la rotta marittima a maggiore rischio di decessi del mondo”, riporta l’analisi. E soprattutto lo è quando si tratta di raggiungere l’Italia, dove si sono registrati oltre la metà dei decessi dell’ultimo anno.

Se l’Italia per anni è stato il primo porto sicuro dove attraccare una volta conclusa la traversata del Mediterraneo, grazie soprattutto alla sua posizione geografica, con la strenua lotta agli sbarchi portata avanti da Matteo Salvini negli ultimi mesi, le rotte si sono indirizzate verso altri punti. E più precisamente verso la Spagna. Infatti, come spiega il rapporto, più di 48mila persone sono giunte in territorio spagnolo via mare quest’anno, mentre 27mila sono arrivate in Grecia e 22mila sono quelle che hanno toccato l’Italia. Considerando le coste europee in generale, sono stati circa 100.000 i richiedenti asilo e migranti arrivati, un numero così alto da riportare l’Europa ai livelli precedenti al 2014. È evidente quindi la necessità di un’azione urgente per contrastare una situazione che continua a creare vittime. Ed è proprio questo il messaggio che l’UNHCR ha cercato di mandare numerose volte senza però avere un riscontro concreto.

Le restrizioni legali e logistiche imposte ad alcune organizzazioni non governative che si occupano di soccorso, come Sos Mediterranee o Msf, spiegano, non fanno altro che aggravare una questione di per sé allarmante, tagliando ancora di più i mezzi di soccorso che già prima non erano sufficienti. “Se le operazioni di soccorso delle Ong nel Mediterraneo cessassero del tutto, rischieremmo di tornare alla stessa pericolosa situazione alla quale abbiamo assistito nel 2015, quando centinaia di persone sono morte in un incidente nel Mediterraneo centrale dopo l’interruzione dell’operazione navale italiana Mare Nostrum”.

Inoltre, secondo quanto riportato dall’Alto Commissariato, tutte le persone soccorse oltre le 12 miglia nautiche dalle acque territoriali della Libia, non dovrebbero essere riportate nel Paese d’origine per la mancanza di condizioni di sicurezza minime per affrontare il problema. La Guardia costiera libica, essendo divenuta la principale responsabile del coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso in un’area che si estende fino a circa 100 miglia, necessita di ulteriore supporto. Ogni nave in grado di facilitare operazioni di ricerca e soccorso dovrebbe essere autorizzata a soccorrere le persone in difficoltà. Il report sottolinea il “bisogno impellente di rompere con l’attuale impasse e con l’adozione di un approccio ad hoc per ogni imbarcazione riguardo al luogo di sbarco delle persone soccorse”. Prima di chiudere i porti, bloccare i soccorsi e fermare le ricerche, spiega l’analisi, forse bisognerebbe affrontare le cause profonde che portano i flussi migratori ad attraversare il Mar Mediterraneo in condizioni così precarie, pericolose e che non si concludono toccando terra.

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