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Conte si è dimesso. Il mandato nelle mani di Mattarella

Conte si è dimesso. Il mandato nelle mani di Mattarella

Giuseppe Conte si è dimesso. Al termine di una lunga giornata al Senato, il presidente del Consiglio, come preannunciato, è salito al Colle per rimettere il mandato nelle mani del Capo dello Stato. Già da questo pomeriggio, alle 16, Sergio Mattarella avvierà le consultazioni. Si parte con il presidente emerito Giorgio Napolitano, quindi i presidenti di Camera e Senato Roberto Fico e Elisabetta Casellati. L’indomani, giovedì, toccherà ai partiti: prima il Pd, poi a seguire Lega e M5s. Infine le sigle minori. Tutto in due giorni.

Un quadro frammentato

Intanto, messa la parola fine sul governo gialloverde, entrano nel vivo le trattative per verificare la possibilità di dar vita a un nuovo esecutivo. I renziani del Pd sono pronti, anche se l’ex premier ha messo in chiaro: non ne farò parte. Più cauta la maggioranza dem. Riflettori puntati sulla Direzione che Nicola Zingaretti ha convocato per domani alle 11 (ma non dovrebbero prendervi parte né Renzi né Calenda). Leu, con Pietro Grasso, ha confermato la disponibilità a sostenere un esecutivo di “largo respiro” e non frutto di “accordicchi”.

Forza Italia, ufficialmente, invoca il ritorno alle urne, come ha sostenuto anche oggi in Aula la capigruppo Anna Maria Bernini. Ma tra le file azzurre non mancano perplessità e dubbi sulla strada da intraprendere, tanto più in mancanza di un patto ferreo con Matteo Salvini. Il quale, incassato il no dei 5 stelle a riaprire qualsiasi dialogo, e con le dimissioni di Conte che sbarrano al strada anche al voto sulla riforma del taglio dei parlamentari – l’ultima parola, però, spetterà oggi alla capigruppo di Montecitorio, e se lì all’unanimità i gruppi decideranno per far riunire comunque l’Aula e votare, si procederà con l’esame finale – torna a tuonare: subito le elezioni.

Fratelli d’Italia si schiera al fianco della Lega e chiede le urne. Il quadro, insomma, è frazionato e non ancora chiare le posizioni reali dei vari partiti, al di là delle parole ufficiali. Tra le ipotesi in campo, anche un esecutivo elettorale che accompagni il Paese al voto, o anche un Conte bis (ma la strada è molto stretta).

L’arringa dell’avvocato del popolo

Ieri, però, è stata soprattutto la giornata del duro scontro tra Conte e Salvini, con il terzo incomodo Renzi. Il premier prende la parola in Aula e annuncia subito: dopo il dibattito andrò al Colle per dimettermi. Non rinnega quanto fatto al governo, ma non risparmia bordate e affondi al titolare del Viminale, che sin da subito addita come l’unico responsabile della crisi, crisi che “compromette inevitabilmente l’azione di governo che qui si arresta”.

Conte interviene per più di un’ora e non fa sconti a Matteo Salvini, con il quale scambia una stretta di mano all’avvio di seduta, poi tra i due piomba il gelo. I due vicepremier Salvini e Di Maio siedono l’uno alla destra e l’altro alla sinistra del presidente del Consiglio, ma nemmeno uno sguardo.

Durissime le parole del premier nei confronti del titolare del Viminale: ha provocato la crisi per proprio tornaconto, per “interesse personale e di partito”. L’atteggiamento di Salvini, insiste, ha rivelato “scarsa sensibilità istituzionale e una grave carenza di cultura costituzionale”. Si rivolge a Salvini sempre con la formula “caro ministro, caro Matteo”, e a un certo punto dell’intervento posa una mano sulla spalla del vicepremier. Il quale, ricambia le accuse quando viene il suo turno, subito dopo Conte.

Salvini: “Rifarei tutto quello che ho fatto”

Ma Salvini sceglie i banchi dei senatori leghisti per fornire la sua versione dei fatti. Prima, però, subisce l’ennesimo affondo di Conte, che lo gela confessando di temere i suoi richiami alla piazza e ai pieni poteri. E ne stigmatizza il ricorso “incosciente” ai simboli religiosi (mentre pronuncia queste parole, Salvini bacia il crocifisso del rosario che ha in mano). Salvini non è da meno: “rifarei tutto quello che ho fatto”, premette. Poi attacca: Conte poteva parlare chiaro prima, in faccia. “Non pensavo di essere stato così mal sopportato per un anno”.

“Bastava un Saviano qualunque per tutti questi insulti”. Quindi, rivolgendosi ai 5 stelle: “Auguri, buon lavoro con il partito di Bibbiano”. Infine, nelle repliche Conte sui toglie gli ultimi sassolini dalle carpe: “Se Salvini non ha il coraggio, quel coraggio lo mostro io”, e si va a dimettere.



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