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Liguria: “Correre ai ripari nella lotta Incendi Boschivi” !

Liguria: “Correre ai ripari nella lotta Incendi Boschivi” !

Lo Stato «deve correre ai ripari» nella lotta attiva agli incedi boschivi: più chiaro di così, in una lettera consegnata il 5 ottobre alla Conferenza unificata Stato-Regioni, l’assessore all’Agricoltura della Regione Liguria, Stefano Mai, non poteva essere.

Secondo un dossier presentato dai Verdi il 1° settembre, a quella data gli incendi avevano distrutto 124.375 ettari di bosco con danni per circa 2,5 miliardi tra valore del patrimonio andato a fuoco, costo degli spegnimenti e costo per il ripristino della situazione. Per dare l’idea della drammatica evoluzione, al 27 luglio Legambiente aveva stimato che gli ettari andati in fumo fossero 72mila. Dopo il “maledetto” ottobre che ha colpito in particolar modo il Piemonte, è stimabile che la superficie divorata dalle fiamme si avvicini a 150mila ettari. Dal 2010 a oggi, sono andati distrutti circa 550mila ettari, con un danno, stimato sempre dai Verdi, superiore a 10 miliardi.

La riforma “sospesa”

La situazione, scrive Mai con riferimento alla Liguria, «è la diretta conseguenza della inqualificabile superficialità con la quale il Governo ha definito le modalità di avvicendamento tra Vigili del fuoco e Corpo forestale dello Stato nelle funzioni di coordinamento».

A Mai la riforma che dal 1°gennaio ha soppresso il Corpo forestale dello Stato (Cfs) e distribuito mezzi e uomini, in massima parte confluiti nei Carabinieri e parzialmente proprio nel Corpo dei Vigli del fuoco (350 ex forestali di cui 90 elicotteristi), non è piaciuta. Non piace a molti, visto che il Tar del Lazio è subissato di ricorsi contro la legittimità costituzionale dell’articolo 8 della legge 124/2015 e del Dlgs 177/2016 e la stessa cosa accade nei Tar di Marche, Puglia, Sicilia, Toscana e Lombardia. Ancora ieri il M5S ha protestato nelle Commissioni Ambiente e Difesa, Agricoltura e Affari costituzionali di Camera e Senato contro la chiusura dei comandi stazione dell’ex Cfs.

La riforma alla prova Piemonte

In Val di Susa (Piemonte) i recenti incendi hanno riacceso la polemica sugli effetti della riforma. «Ciò che è accaduto si è già verificato nel 2013 – afferma al Sole 24 Ore il generale Antonio Ricciardi, comandante generale del Nucleo tutela forestale, ambientale e agroalimentare dei Carabinieri – ma quell’anno, forse per l’andamento dei venti, l’incendio si spense mentre quest’anno, forse per effetto di siccità o del vento stesso, le fiamme sono arrivate in quota. In Val di Susa è entrato in scena l’imponderabile». Quinti, responsabile del settore per la Fp Cgil, non ci sta: «Imponderabile è una parola inconcepibile. Non mi risulta che una cosa di questo tipo sia successa nel passato. L’attività più importante per il direttore delle operazioni di spegnimento è l’attività di prevenzione, lo studio del territorio, dell’ambiente, le verifiche continue e in molte parti questa importante opera di prevenzione è venuta meno per colpa della riforma».

Forze in campo e competenze

Ad aprile 2015 i forestali statali sul territorio nazionale (fatta eccezione per il Trentino-Alto Adige) erano 5.735, oltre a 2.511 poliziotti provinciali e, in alcune regioni come Calabria e Sicilia, decine di migliaia di forestali regionali. A settembre 2017, secondo l’analisi della Fp Cgil per Il Sole 24 Ore, il numero provvisorio di forestali transitato nell’Arma dei Carabinieri delle 15 regioni a statuto ordinario era di 4.324 unità su una dotazione prevista di 4.525 unità.

Sono le Regioni che approvano il piano per la programmazione della attività di previsione, prevenzione e lotta agli incendio boschivi mentre lo Stato concorre e così in 14 hanno stipulato convenzioni rinnovabili con il Viminale per ricorrere ai Vigili del fuoco. «Anche la Regione più brava può fare da sola – spiega con una metafora il generale Ricciardi – ma se il numero degli incendi è talmente alto o la forza delle fiamme è così impetuosa, non basta più il medico ma ci vuole una corsa all’ospedale».

Sono le Regioni che formano il Dos, che ha il compito di dirigere tutte le operazioni: quelle di spegnimento delegate ai Vigili del fuoco, il personale volontario formato, le articolazioni della protezione civile e anche i Carabinieri forestali che hanno compiti di perimetrazione dell’area che va a fuoco. I Carabinieri forestali, che prima della riforma erano gli unici direttori delle operazioni di spegnimento, oggi possono cooperare allo spegnimento solo nelle 130 riserve dello Stato. Fuori dal demanio statale no.

Il compito dei Vigili del fuoco

«Per quanto vadano lodati per il delicato lavoro svolto con poche unità e mezzi disponibili – spiega al Sole 24 Ore Quinti – i Vigili del fuoco non possono essere i soli protagonisti delle attività di spegnimento. Non conoscono i boschi, molto spesso le pattuglie escono dalle loro sedi che non sono mai in collina o montagna e non sono equipaggiati per andare fuori dalle strade asfaltate. Così sono costretti ad attendere il fuoco sulle strade, che spesso, se c’è vento, vengono saltate dalle fiamme, con gravi rischi per la loro incolumità. I direttori delle operazioni di spegnimento formati dal Cfs e transitati nei Vigili del fuoco sono solo 300 ma i forestali statali erano tutti stati formati a dirigere operazioni di spegnimento. I 28 elicotteri dell’ex Cfs sono stati divisi a metà e così ai Vigili ne sono passati 14, molti dei quali in riparazione. In ogni caso ne mancano 14, che nell’Arma non possono essere destinati allo spegnimento».

Il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco respinge con vigore questa lettura e ribatte. «I dos che abbiamo formato – spiega Antonio Porcu, vicario del direttore centrale nella gestione e nel coordinamento delle emergenze – sono già 800, 30 sono in formazione e 300 lo saranno nel 2018. Abbiamo in media ogni giorno oltre 4.800 uomini preparatissimi sull’intero territorio nazionale e tutti sono sempre pronti a raddoppiare il turno».

In capo alle Regioni è anche la Sala operativa unificata permanente, alla quale partecipano funzionari della regione, dell’Arma dei Carabinieri e del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco, il coordinamento e la gestione dei mezzi aerei e delle squadre antincendio terrestri della regione stessa, il coordinamento con le squadre antincendio boschivo del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco il cui personale svolge la funzione di Direzione delle operazioni di spegnimento (Dos), delle squadre antincendio boschivo delle associazioni di volontariato e, laddove la situazione di particolare pericolo lo richieda, l’intervento delle Forze militari e della Polizia. «Non tutte le regioni hanno la sala operativa – incalza Quinti – e dunque la catena si allunga mentre prima tutto veniva garantito solo e unicamente dal Corpo forestale dello Stato».

Sul filo del telefono

Prima della riforma il cittadino che vedeva un incendio chiamava il 1515, numero di emergenza ambientale. Ora può chiamare anche i Vigili del Fuoco, il 112 (che è un numero di soccorso unico) o i numeri verdi regionali ma solo per chi li ha attivati. «Tecnicamente al cittadino non importa chi chiama – spiega il generale Ricciardi – perché il 1515 da ottobre è connesso alle centrali operative che smistano le telefonate».

Scattato l’allarme, il direttore delle operazioni di spegnimento va sul posto dove dirige le operazioni. Ogni direttore può chiedere rinforzi terrestri e l’intervento aereo, che può essere gestito dalla Regione se ha mezzi in convenzione mentre se ne è sprovvista chiama la protezione civile presso la quale opera il Centro operativo aereo unificata (Coau). Il meccanismo sembra lineare ma è pronto a incepparsi al primo ostacolo, come ad esempio in assenza di convenzioni regionali. «In questo caso entrano in campo gli aerei dell’ex Corpo forestale – spiega Quinti – ma nelle emergenze non sempre possono intervenire anche perché spesso mancano permessi, adeguamenti e rispetti delle normative regionali». In altre parole, restano a terra.



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