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Difesa comune. L’Italia volta le spalle alla Ue

Difesa comune. L’Italia volta le spalle alla Ue

Tra i primi Paesi a cui i francesi avevano pensato, nel lanciare «L’Iniziativa europea d’intervento» promossa dal presidente Emmanuel Macron nel settembre 2017 c’era il gruppo dei fondatori, Italia in testa. Un’iniziativa che avrebbe dovuto favorire una cultura strategica europea, e rafforzare la capacità degli europei ad agire insieme, creando le condizioni per azioni coordinate nei diversi scenari di guerra. Un progetto di difesa, dunque, riguardante un tema che sembrava stare a cuore a molti governi europei, indipendentemente dal loro colore: la sicurezza. Il condizionale però in questo caso non è corretto, perché l’Iniziativa è partita, ed è stata firmata da nove Paesi : Germania, Belgio, Danimarca, Spagna, Estonia, Olanda, Portogallo, Gran Bretagna e Finlandia. Perché l’Italia no? Nelle scorse settimane, prima che il richiamo dell’ambasciatore Christian Masset spostasse l’asse dell’attenzione, e anche l’asticella dello scontro, la diplomazia francese ha cercato in più occasioni – e a vari livelli – di portare il governo italiano su questo punto, e chi ha avuto occasione di parlare con gli sherpa che avevano in mano il dossier ne racconta in primo luogo, lo smarrimento e la sorpresa: perché gli italiani non partecipano? Che cosa c’è dietro questa tendenza all’isolamento? Una cosa sono le esternazioni politiche finalizzate a raccogliere il consenso interno, un’altra sono le questioni importanti, quelle che riguardano la protezione e la sicurezza dei cittadini. Quale miope strategia può far prevalere le prime sulle seconde?, si chiedevano con insistenza a Parigi.

La cornice di governance dell’Iniziativa europea d’intervento (IEI) prevede incontri ogni sei mesi e delinea quattro i campi di azione: l’anticipazione strategica delle crisi, gli scenari d’intervento, il sostegno alle operazioni, lo scambio di informazioni e la condivisione degli orientamenti. In questo modo – nell’intenzione degli ideatori – si accresce la capacità degli europei di cooperare insieme, si sviluppa nel lungo termine una cultura strategica comune, e senza voler entrare in collisione con la Nato o con gli altri progetti Ue, si promuove la credibilità militare dell’Europa e se ne rafforza l’autonomia strategica.

Con la firma del Trattato di Aquisgrana, il 22 febbraio scorso, Francia e Germania hanno siglato anche un’intesa sul tema della Difesa, di cui la IEI è un segmento. In Italia, da più parti, sono state sollevate delle obiezioni, tutte ispirate a un generale risentimento, soprattutto nei confronti dei francesi, per essere stati esclusi dalle cooperazioni rafforzate, in particolare per ciò che riguarda i temi della Difesa. È stata ricordata l’arroganza di Parigi nella vicenda degli Airbus, il comportamento nei confronti del lanciatore italiano Vega con Ariane, la storia Fincantieri-Snx e persino l’Agenzia Spaziale Europea. Legittime preoccupazioni riguardavano le cooperazioni franco-tedesche su Fcas ed elicotteri. A maggior ragione, che strategia è quella di tirarsi fuori dall’unico tavolo in cui queste cooperazioni sono chiamate a un confronto multilaterale, tanto che persino gli inglesi in odore di Brexit hanno pensato di aderirvi?

Se l’Italia sceglie una « Sonderweg » sulla Difesa, oltre che sulla politica, gli altri certo non smetteranno di lavorare: proprio ieri i due ministri della Difesa tedesco e francese hanno ufficializzato l’inizio del progetto dello Scaf (Sistema di combattimento aereo del futuro), che consiste nella concezione di un nuovo caccia militare di ultima generazione. Le implicazioni di quest’intesa non sono semplici, tanto che anche gli americani stanno seguendo gli sviluppi con qualche perplessità (in quel segmento la leadership spetta ancora agli F35 di Lokheed Martin). Sicuramente se ne parlerà al tavolo dell’Iniziativa Europea d’Intervento. E l’Italia non sarà lì a dire la sua.



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