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Fedina penale pulita per essere assunti

Fedina penale pulita per essere assunti

La fedina penale entra a far parte dei documenti di lavoro. Chi deve impiegare una persona in attività che comporti contatti con i minori, infatti, deve richiedergli il certificato penale al fine di verificare l’assenza di condanne per reati legati a pedopornografia e sfruttamento sessuale dei minori.

A non farlo, si rischia una sanzione da 10 mila a 15 mila euro. Lo stabilisce, tra l’altro, il D.Lgs n. 39/2014 pubblicato sulla G.U. n. 22/2014, in vigore dal 6 aprile. Interessati sono asili, scuole, palestre, scuole-calcio e piscine, ma anche babysitter, associazioni di volontariato, oratori e attività parrocchiali.

Direttiva comunitaria. Il provvedimento dà attuazione alla direttiva 2011/93/Ue, relativa alla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile. Le nuove norme, in sostanza, adattano il codice penale alle fattispecie di reati (circa una ventina) imposte dall’Ue e suddivise in quattro categorie: abuso sessuale,sfruttamento sessuale, pornografia minorile e adescamento di minori su internet per scopi sessuali.

Obbligo di fedina pulita. Il nuovo obbligo è introdotto dall’art. 2 del D.Lgs n. 39/2014. La norma impone che il certificato penale sia «richiesto dal soggetto che intenda impiegare al lavoro una persona per lo svolgimento di attività professionali o attività volontarie organizzate che comportino contatti diretti e regolari con minori». E aggiunge che la fedina serve a «verificare l’esistenza di condanne per taluno dei reati di cui agli articoli 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quinquies e 609-undecies del codice penale, ovvero l’irrogazione di sanzioni interdittive all’esercizio di attività che comportino contatti diretti e regolari con minori». Le condanne concernono: prostituzione minorile (art. 600-bis), pornografia minorile (art. 600-ter), detenzione di materiale pornografico (art. 600-quater), pornografia virtuale (art. 600-quinquies) e adescamento di minorenni (art. 600-undecies); le sanzioni interdittive si riferiscono alle pene accessorie introdotte dalla legge n. 172/2012 (ratifica convenzione di Lanzarote del Consiglio d’Europa) con l’inserimento dell’art. 600-septies al codice penale, in base alle quali alla condanna (e al patteggiamento della pena) per un delitto di pedopornografia, consegue, tra l’altro, «l’interdizione perpetua da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonché da ogni ufficio o servizio in istituzioni o strutture pubbliche o private frequentate abitualmente da minori».

Campo di applicazione. La norma istitutiva del nuovo obbligo, sebbene nel titolo si rivolga ai «datori di lavoro», ai fini pratici coinvolge non soltanto i titolari di rapporti di lavoro dipendente (che sono i datori di lavoro), ma anche ogni altro «soggetto che intenda impiegare una persona». Pertanto anche i committenti, per esempio, di collaborazioni e di lavori a progetto. Inoltre, non deve trattarsi necessariamente di attività retribuita (cioè di un vero e proprio rapporto di lavoro), in quanto l’impiego può riguardare anche «attività volontarie organizzate». Ciò che conta per verificare se ricorra o meno l’obbligo di richiesta del certificato penale è la circostanza che l’attività, sia essa retribuita o meno, professionale o volontaria, comporti contatti con minori e che tali contatti siano «diretti e regolari» (quindi non sporadici come possono esserlo per l’infermiere di un ospedale civile e non, invece, per l’infermiere di una clinica specifica per minori).

Sanzione salata. Infine l’art. 2 del D.Lgs n. 39/2014 prevede che al datore di lavoro che non adempia al nuovo obbligo sia applicata unasanzione da 10 mila a 15 mila euro.

 



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