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Trentino: «Noi forestali che viviamo per gli orsi»

Trentino: «Noi forestali che viviamo per gli orsi»

SEGUE DALLA PRIMA PAGINA. «Ma come? Noi? Noi che dedichiamo la vita agli orsi?». Sì, nel bosco della val di Borzago, a Prà di Spiazzo Rendena in Trentino, l’orsa l’avevano raggiunta con un dardo. C’era il narcotico. Avevano studiato tutto nei minimi dettagli, il veterinario aveva valutato tutti gli elementi in suo possesso, nulla era sfuggito al protocollo. Ma i forestali non erano tanto tranquilli. Erano tesi. Altro che Daniza sotto stress. Loro sì che erano sotto stress. I capi, laggiù, se ne stavano nei loro uffici, e loro invece là dentro i boschi, come sempre, come da anni, qualcuno di loro anche da una decina d’anni nei boschi a tener d’occhio «la Daniza»: con il monitoraggio genetico (raccoglier peli ed escrementi), con il fototrappolaggio, con la radio ricevente, con il gps. E con gli scarponi, ovviamente. Vabbè, i capi. Ci sono capi e capi. Ci sono alcuni capi, come Claudio Groff (referente della gestione grandi carivori), che hanno fatto tutti i giorni nei boschi per tre anni di fila a seguire tutti i rilasci del progetto Life Ursus, che hanno visto «la Daniza» fare “i primi passi” trentini, o come Romano Masè (dirigente generale in Provincia di Trento) e Maurizio Zanin (dirigente di servizio), che sono forestali di fatto, pronti ad alzarsi la notte per andare fra i boschi, che sanno bene come tutto possa volgere al peggio in un secondo. Però, maledizione, proprio stavolta doveva morire? E proprio lei, l’orsa più conosciuta d’Italia? Il forestale Mario (qui usiamo un nome di fantasia, perché ha chiesto riservatezza) ieri era arrabbiatissimo e insieme demoralizzato, e anche dispiaciuto.

E poi si batteva il petto. «Ma sì, è stata una grandissima sfiga, dai. Figuratevi un po’: sapete benissimo che noi era l’ultima cosa che volevamo accadesse. Noi volevamo catturarla, punto». E poi arriva l’attacco degli animalisti, l’attacco dei media. Dicono: dilettanti allo sbaraglio, dicono: adottano l’orso e poi uccidono mamma orsa. «Non aggiunga altro, la prego. Voi giornalisti, cavoli, dovreste darci una mano invece che metterci alla berlina, perché stiamo realizzando un grande successo, di portata internazionale. Noi siamo stati bravissimi dove francesi e austriaci hanno fallito. Qui abbiamo una popolazione di 49 orsi e non abbiamo mai subito gravi danni, siamo sempre riusciti a catturare gli orsi problematici e a mantenere un buon rapporto con la nostra gente. Adesso sentirci dire che siamo degli aguzzini…». No, guardi che dicono “assassini”. «Pazzesco. Guardi, pazzesco! Ed è anche paradossale. Noi, che ci battiamo, con il nostro lavoro, da anni perché l’orso ripopoli le nostre montagne. Ho letto su qualche giornale che l’orsa è stata uccisa dall’idiozia umana. Beh, questa qui che sento è un’idiozia!». Vabbè, ma qualcosa è andato male, no, Mario? «La dose di narcotico era per un animale da 80 chili e Daniza ne pesava 106: era stata sottostimata apposta, in via prudenziale. E’ chiaro che è accaduto qualcosa di imprevedibile».

Daniza, raggiunta dal dardo con il narcotico, è scesa precipitosamente verso il rio Bedù, ha barcollato ed è caduta. E non si è più risvegliata. E si è scatenato il caos. «Caos mediatico, eh – insiste Mario il forestale – Perché noi siamo tranquilli: siamo convinti che il progetto camminerà bene ancora». Adesso il cruccio sono i cuccioli. E la tensione ritorna, perché non si può più sbagliare nulla. «Certo che non si può sbagliare – dice Mario – Ma voi lo volete capire che lo sbaglio è stato una grandissima sfortuna e basta? No, perché mi pare che siate un po’ duri a capirlo». Ci sarà pur stata un po’ di tensione nella “squadra d’emergenza”, no? Non vi sentivate il mondo addosso? «Certo che c’era tensione. E cosa crede? Che quando è morta Daniza noi ballassimo di gioia? Guardi che noi la conoscevamo meglio di voi tutti messi insieme. Certo che c’era tensione. Ma il nostro stress non ha cambiato nulla».

Ora il vero lavoro è sui cuccioli. Il controllo è h24: minuto per minuto. Tre operatori si danno il turno, otto ore a testa, e se ne stanno a distanza di sicurezza. Che significa? «I cuccioli hanno le marche auricolari: piccole trasmittenti inserite sugli orecchi. No, niente radiocollare: sono piccoli e il collare potrebbe stringere fino a strozzarli. Il collare è più potente per il segnale, ma le marche che abbiamo inserito sembrano molto buone». A che distanza state? «Circa un chilometro, come facciamo con tutti gli orsi». Quindi l’orso lo seguite ma non lo vedete? «È lui che non deve vederci, per non aumentare la confidenza con l’uomo. Noi lo vediamo pochissime volte. Anche se qualche volta siamo costretti ad avvicinarci. Ma io negli ultimi tre anni l’avrò visto suppergiù quindici volte». E quando siete costretti ad avvicinarvi? «Quando dobbiamo usare qualche tecnica per tenerlo lontano da insediamenti dell’uomo». Sarà quello che farete coi cuccioli? «Certo. A volte possiamo usare delle luci oppure dei rumori, oppure anche dei proiettili di gomma. Sono tecniche che provocano loro spavento o dolore. E sono importanti: perché spieghiamo loro, attraverso queste esperienze, che la vita nei boschi è tranquilla, mentre dove c’è la città, dove c’è l’uomo è un problema».

Che poi è la santa verità.



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