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Lavoratore in malattia: cosa può fare e cosa non può fare !

Lavoratore in malattia: cosa può fare e cosa non può fare !

Certificato medico, reperibilità, periodo di comporto e impiego di investigatori: tutto ciò che prevede la legge per il dipendente malato. Come evitare il licenziamento.

Cosa può fare il lavoratore in malattia? Sicuramente non può dire bugie, falsificare certificati medici o mettersi a fare un secondo lavoro in concorrenza con l’azienda. Non può uscire di casa negli orari della reperibilità neanche se ha già ricevuto la visita fiscale (ne potrebbe arrivare una seconda). È tenuto a comunicare all’azienda la propria indisponibilità a prescindere dall’invio del certificato medico all’Inps curato dal proprio medico di base. Alla fine della malattia deve tornare sul lavoro, ma può sfruttare le ferie per prolungare la malattia e non essere licenziato per superamento del comporto.

Sono numerosi gli errori commessi dal dipendente malato che possono portare a un licenziamento per giusta causa. Lo dimostra l’enorme mole di contenzioso giudiziale generato proprio da tali fattispecie. E non c’è di che meravigliarsi visto che spesso la malattia viene utilizzata per prendere qualche giorno di ferie in più rispetto a quelli previsti dal contratto collettivo. Ma a quale prezzo? Il rischio di essere scoperti è enorme visto che la Cassazione ha sdoganato l’impiego degli investigatori privati nella verifica della correttezza del comportamento del dipendente.

In questo articolo, vogliamo riassumere le principali problematiche sottese a tale materia e indicare cosa può fare e cosa non può fare il lavoratore in malattia. Cercheremo di indicare quali sono gli errori più frequenti commessi dal dipendente nonostante la presenza del certificato medico. Ma procediamo con ordine.

Malattia: per quanto tempo?

Durante la malattia sei al sicuro da eventuali licenziamenti anche se l’assenza si protrae a lungo. Tuttavia non puoi superare un tempo massimo (cosiddetto periodo di comporto) che trovi indicato nel contratto collettivo della tua categoria. Se la tua malattia rischia di protrarsi oltre questo tetto, puoi prendere le ferie già maturate (che il datore non può rifiutarti senza un giustificato motivo di ordine organizzativo). In questo modo puoi evitare il licenziamento nonostante il decorso del periodo di comporto [1]. Ne abbiamo parlato in Ferie durante la malattia.

Quando scade il comporto, il datore di lavoro deve inviarti tempestivamente la lettera di licenziamento. Quella spedita eventualmente prima non ha alcun valore anche se il comporto viene ugualmente superato [2]. In ogni caso il datore non è tenuto a inviare il licenziamento non appena superato l’ultimo giorno di comporto, ben potendo disporre di un margine di tempo per il rientro del lavoratore in azienda e valutarne l’utilità nonostante il periodo di assenza [3].

L’obbligo di concedere le ferie a carico del datore viene in ogni caso meno quando il lavoratore può chiedere in base al contratto collettivo applicato e per le stesse finalità, il collocamento in aspettativa non retribuita. Se il Ccnl non lo prevede, il datore non è obbligato ad avvertire preventivamente il lavoratore dell’imminente scadenza del periodo di comporto.

Il lavoratore si può assentare senza limiti di tempo, superando anche il comporto, e senza perciò rischiare il licenziamento se la malattia è determinata dall’ambiente di lavoro a causa del mancato rispetto, da parte dell’azienda, delle regole sulla sicurezza. Non è quindi sufficiente la malattia o l’infortunio professionale, ma l’evento deve essere imputabile a colpa del datore di lavoro.

Malattia: va comunicata?

Il dipendente in malattia deve comunicare l’assenza, al di là della visita medica e dell’inoltro all’Inps del relativo certificato. Ciò al fine di dare tempestivamente al datore la possibilità di organizzare la produzione in assenza del malato. L’assenza non comunicata costituisce illecito disciplinare anche se è giustificata dalla malattia.

Il Ccnl indica con quali modalità debba essere comunicata l’assenza per malattia (eventualmente sms, email, telefonata, fax, ecc.).

Malattia: si può lavorare?

In malattia il dipendente può svolgere un secondo lavoro a condizione che:

  • non sia in concorrenza con l’attività del proprio datore;
  • non pregiudichi il rapido decorso della malattia e non allunghi la guarigione.

Sarebbe illegittimo il comportamento del dipendente che, nonostante un’assenza per una lombosciatalgia dovuta ad ernia del disco, faccia lavori di fatica con sollevamento pesi; sarebbe altresì non corretta l’attività di chi, assente per un’influenza, svolga un lavoro notturno fuori di casa. La seconda attività lavorativa non deve essere comunicata all’azienda.

La Corte ha ribadito che lo svolgimento di un’altra attività lavorativa da parte del dipendente, durante la malattia, configura la violazione degli obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà e dei doveri generali di correttezza e buona fede, se la stessa attività può pregiudicare la guarigione o il rientro in servizio. La violazione di questi obblighi si configura infatti, oltre che nell’ipotesi in cui l’attività esterna sia, di per sé, sufficiente a far presumere l’inesistenza della malattia, anche nel caso in cui la stessa attività, valutata con giudizio ex ante in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, possa pregiudicare o ritardare la guarigione o il rientro in servizio.

Malattia: si può andare in spiaggia?

Il dipendente in malattia ha la possibilità, al di fuori delle fasce di reperibilità per la visita fiscale, di uscire di casa senza essere sanzionato per assenza al controllo medico dell’Inps: può, ad esempio, fare una passeggiata, o recarsi in spiaggia.

A seconda della tipologia di attività effettuata, tuttavia, il lavoratore potrebbe subire delle sanzioni disciplinari da parte del datore di lavoro, nell’ipotesi in cui l’attività svolta sia incompatibile con lo stato di malattia, o possa ritardare o compromettere la guarigione.

Il datore di lavoro può sanzionare il dipendente che, nonostante sia assente per malattia, si reca in spiaggia? Il comportamento del lavoratore può essere sanzionato nel caso in cui la permanenza all’aperto o le eventuali attività ludico- sportive svolte possano peggiorare la malattia: è il caso, ad esempio, di chi ha una patologia influenzale.

Il comportamento del dipendente in malattia che si reca in spiaggia potrebbe anche far presumere l’inesistenza della patologia lamentata: pensiamo a un lavoratore che si reca al mare a fare il bagno, dopo aver comunicato all’azienda che sarebbe stato assente per via della febbre alta.

Ci sono, però, delle patologie, come cefalea e depressione, che, a differenza delle malattie ordinarie, possono peggiorare con la permanenza in luoghi chiusi, come l’abitazione. In questi casi, il lavoratore non può essere licenziato per essersi recato ad effettuare attività all’aperto, anche in spiaggia, durante il periodo di malattia: è quanto chiarito da una nota sentenza della Cassazione [4], con la quale è stato dichiarato illegittimo il licenziamento di un dipendente sorpreso in spiaggia durante un periodo di malattia per depressione.

Secondo la sentenza, il recarsi in spiaggia non è un comportamento tale da peggiorare lo stato di salute del lavoratore: al contrario, nel caso della sindrome ansioso-depressiva può aiutare la guarigione: pertanto, non è meritevole di sanzione il lavoratore assente per una patologia psichica che effettua attività di svago.

In malattia è obbligatorio guarire presto

Lungi dalla necessità di prendere farmaci troppo forti o non consigliati dal medico (come potrebbe invece fare un calciatore che debba tornare al più presto in campo), il malato deve fare di tutto affinché la convalescenza non sia superiore al dovuto. Questo significa che non può svolgere attività in contrasto con il suo stato di salute. Ad esempio non può uscire di casa, neanche dopo l’accertamento del medico fiscale, chi lamenta una forte febbre.

Il datore di lavoro può valersi di investigatori privati per verificare il rispetto degli obblighi di correttezza da parte del dipendente. Tali attività sono state ritenute lecite dalla Cassazione [5]. In particolare, la Suprema Corte ha recentemente dichiarato legittimo il licenziamento del dipendente che, grazie all’utilizzo di foto e filmati realizzati dall’investigatore privato incaricato dall’azienda per verificare l’attendibilità del suo certificato di malattia, venga colto a svolgere lavori faticosi (nella fattispecie, lavori edili) e ritenuti incompatibili con la patologia per la quale non si è recato al lavoro.

Malattie strategiche

L’uso dell’agenzia investigativa viene giustificato anche per accertare la finta malattia. Non è infrequente il caso del dipendente che – non gradendo qualche decisione dell’azienda (ad esempio un trasferimento o la modifica delle mansioni) – inizi una “malattia strategica”. In questi casi, il datore di lavoro potrebbe contestare l’attendibilità dei certificati medici presentati dal dipendente malato con elementi indiziari. Il primo tra questi è la tempistica relativa allo stato di malattia. Sospetto è sempre il fatto che la malattia inizi in coincidenza con la sopraggiunta notizia di un possibile licenziamento.

Un altro elemento indiziario è lo svolgimento, durante il periodo di malattia, di attività (lavorative e non) incompatibili con questo stato.

Malattia e visita fiscale

Il dipendente in malattia deve rispettare gli orari di reperibilità per consentire la cosiddetta visita fiscale del medico dell’Inps. Le fasce orarie di reperibilità sono per i dipendenti pubblici: la mattina, dalle 9 alle 13, e la sera, dalle 15 alle 18. Invece per i dipendenti di aziende del settore privato: la mattina, dalle 10 alle 12, e la sera, dalle 17 alle 19.

Il medico dell’Inps può passare 7 giorni su 7, festivi compresi, ed anche più volte nel corso della stessa malattia e addirittura più volte nella stessa giornata, compresi i giorni festivi, sabato e domenica. Questo significa che chi ha ricevuto già la visita fiscale farà bene a non uscire ugualmente di casa salvo i casi di esonero dalla visita fiscale.

Il dipendente non può addurre di non aver sentito il citofono o che il campanello della porta non funzionava: spetta a lui predisporre tutte le misure necessarie a consentire la visita fiscale.

Il lavoratore che vuole contestare il certificato del medico dell’Inps deve farlo immediatamente, ossia all’esito della visita fiscale. In particolare, il dipendente deve dichiarare, al medico inviato dall’Inps, di non accettare il suo giudizio e, quindi, di opporsi a quanto descritto nel certificato da questi rilasciato. L’ultima parola sulla contestazione del dipendente spetta al coordinatore sanitario della competente sede Inps.

Nel frattempo che questi decide, però, il lavoratore può astenersi dal rientrare a lavoro, per come attestato dal proprio medico. Il suo comportamento, rispettoso del giudizio fornito dal medico di famiglia e non di quello del medico fiscale, non può dar vita a un licenziamento e la sua assenza dal lavoro non si può considerare ingiustificata: il medico dell’Inps, difatti, non è gerarchicamente superiore rispetto al medico curante, né le certificazioni del medico fiscale hanno una maggiore valenza.

laleggepertutti



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