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Nel piano di 70 miliardi su infrastrutture non v’è traccia della Sicilia

Nel piano di 70 miliardi su infrastrutture non v’è traccia della Sicilia

Anche se sul sito istituzionale non sono ancora indicati né la data né l’ordine del giorno, al più tardi venerdì prossimo, a Palazzo Chigi, dovrebbe tenersi un nuovo Consiglio dei ministri, il numero 8 del Governo Conte bis.

Si tratterà di una riunione che potremmo definire tematica, tutta incentrata sulle Infrastrutture e sui 70 miliardi da destinare al completamento delle cosiddette grandi opere. Tuttavia, benchè gli interventi infrastrutturali previsti siano spalmati su tutto il territorio nazionale, della Sicilia non v’è traccia alcuna. Dei cantieri finanziabili elencati negli incartamenti finiti sul tavolo del Cdm, non esiste nemmeno uno che riguardi l’isola. Un’assenza che brucia se consideriamo l’arretratezza del sistema dei trasporti e i proclami politici da più parti giunti per risolvere l’annoso gap infrastrutturale. Sono ancora ben impresse le parole pronunciate da Giancarlo Cancelleri, neo viceministro, al vertice di qualche giorno fa a Palermo.

A colloquio con il Presidente Musumeci, suo rivale alle ultime regionali, Cancelleri, ora membro del governo giallorosso, aveva preso impegni precisi con l’isola, promettendo una particolare attenzione da parte dell’Esecutivo. In quell’occasione Cancelleri si espose rispetto alla chiusura dei cantieri sull’Agrigento-Caltanissetta, sulla superstrada ragusana, la chiusura dei cantieri sulla Messina-Catania-Siracusa-Gela, dell’autostrada Catania-Palermo e dell’ultimazione di varie strutture viarie sulle strade provinciali. Rassicurazioni vennero date anche in ordine all’implementazione della rete ferroviaria e all’apertura di rotte per l’alta velocità, assente in Sicilia.

Di cantieri, aperti e mai conclusi, promesse per uscire dalle “sabbie mobili”, ve ne sono tantissime, anche rispetto alla realizzazione del Ponte sullo Stretto, ormai una chimera. Eppure, nulla di tutto questo è finito all’attenzione del Consiglio dei ministri.

L’opera più lontana da Roma che dovrebbe essere finanziata da questa ricca tranche di investimenti che ammonta a 70 miliardi, si trova in Calabria con il completamento della SS 106, una grande incompiuta che nei decenni è costata la vita di centinaia di persone.

Parafrasando Carlo Levi: “Cristo si è fermato ad Eboli”, o giusto poco più a Sud.

Sull’argomento è intervenuta anche l’onorevole Elvira Amata, presidente della Commissione Statuto dell’ARS, che in una nota ha dichiarato: “La sperequazione tra nord e sud viene implementata con drammatica continuità e questo non può che essere o il prodotto di una politica governativa nazionale che ha semplicemente dimenticato l’esistenza di un sud essenziale al funzionamento del sistema Paese e della sua economia (e allora toccherà ricordarglielo con maggiore forza) o di un precipuo progetto che vuole tenere il mezzogiorno d’Italia schiavo e succube, depotenziando sempre di più l’Italia e rendendola così sempre meno competitiva”.

I 70 miliardi sul piatto del Governo andranno ad opere stanziate al Centro-Nord e pochi interventi nel Mezzogiorno: Terzo valico Genova-Milano; Tav; Mose; Pedemontana lombarda; Gronda di Genova; ferrovia Brescia-Padova; Passante di mezzo di Bologna; Passante e nuova pista aeroporto di Firenze; Ponte Congressi Eur a Roma; nuova pista per l’aeroporto di Salerno; la S.S. Sassari-Alghero e come già ricordato la Sibari-Roseto sulla S.S. 106 in Calabria.

Nessuna opera che possa migliorare la situazione dei trasporti in Sicilia. Dall’approvazione della manovra entro il 20 ottobre, forse potrebbe aprirsi uno spiraglio con le somme addizionali che il Ministero dell’Economia ha sempre dichiarato di voler e poter destinare. Queste dovrebbero ammontare a 9 miliardi da stanziare nell’arco del prossimo triennio.

Ma mettendo da parte per un istante il colpevole pregiudizio arrecato alla Sicilia, non è scontato nemmeno che il Governo finisca per finanziare le opere preventivate dal Cdm. Come ha pubblicamente dichiarato il neo ministro Paola De Micheli, a pesare sul completamento di diverse opere vi è il veto dei 5 stelle che l’Italia ha scoperto essere restio all’ultimazione di opere davvero strategiche per il Paese, come ad esempio la Tav.

Nonostante, almeno su carta, vi siano i fondi necessari, quella delle grandi opere è una strada tutta in salita. Difatti, nonostante le decisioni che verranno assunte a livello finanziario dal Cdm, vi sono importanti nodi tecnici e legislativi da sciogliere.

Innanzitutto le “strutture di missione” aperte, che a partire dalla riforma disposta dal Decreto del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti 9 giugno 2015, n. 194, oggi ammontano a 7 e che si dovrà coordinare al fine di non provocare inutili e dispendiose sovrapposizioni con tali organi che hanno il compito di gestire la pianificazione, programmazione e realizzazione degli interventi infrastrutturali prioritari. Rimane anche la questione delle strutture commissariali rispetto alle quali il Governo deve ancora nominare ben 77 commissari. Infine, le regole sugli appalti pubblici, un settore sul quale l’Esecutivo ha sempre dichiarato di voler intervenire, ma rispetto al quale non ha mai presentato alcun disegno di legge.

Questo a testimonianza che non solo si viaggia a due velocità tra Nord e Sud dell’Italia, ma il Paese stesso è relegato a ruolo di Mezzogiorno d’Europa (nel senso immobilistico del termine) rispetto al resto delle Nazioni europee. Siamo ben lontani, infatti, dagli standard previsti dai corridoi infrastrutturali e dei trasporti varati dall’Unione, delle quali l’Italia e paradossalmente proprio il Sud, sono tuttavia passaggi cruciali.



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