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Torino, licenziato per troppi scherzi alla collega

Torino, licenziato per troppi scherzi alla collega
Per sei mesi un operaio torinese dell'indotto auto ha inserito quotidianamente rifiuti nei sedili che l'addetta al controllo qualità era costretta a svuotare. Alla fine lei, esausta, si è lamentata e l'uomo è stato licenziato. I giudici di appello hanno accolto il suo ricorso ordinando il reintegro ma la Cassazione ha detto no: "E' vero che giocava, ma ha esagerato"
È costata carissima, a un operaio torinese, una lunga serie di scherzi a una collega. Per sei mesi l’uomo, dipendente di un’azienda dell’indotto di Fca che produce sedili per l’Alfa Romeo Mito, ha inserito quotidianamente cartacce e rifiuti nei tubi dello schienale dei sedili che lei, addetta al controllo prodotti, era costretta a trovare e buttare via per non rischiare che finissero in commercio pezzi pieni di spazzatura. Un “gioco” che, ripetuto giorno dopo giorno per mesi, ha portato la donna a lamentarsi di quel comportamento con il direttore: così l’uomo è stato licenziato.
Convinto che la misura disciplinare fosse eccessiva, l’operaio si è rivolto al tribunale di Torino, sezione Lavoro, che nell’ottobre di quell’anno gli ha dato torto, contestando anche un danno all’azienda di 600 euro. L’operaio non si è arreso e ha fatto ricorso: un anno dopo la Corte d’appello gli ha dato ragione e i giudici di secondo grado hanno disposto il reintegro. Ma anche l’azienda non ha mollato la battaglia e si è appellata alla Cassazione, che ora ha ribaltato la seconda sentenza e ha riconfermato la legittimità del severo provvedimento, nonostante le intenzioni del lavoratore siano state riconosciute come “giocose”, rinviando gli atti nuovamente alla Corte d’appello per un nuovo giudizio.
È stato principalmente il comportamento tenuto dal lavoratore a convincere i giudici della Suprema corte che esistessero i presupposti di “una giusta causa di licenziamento”. L’operaio, infatti, era consapevole del fatto che il suo scherzo rischiava di danneggiare l’immagine dell’azienda, che sarebbe stata screditata se all’addetta al controllo fosse sfuggito qualcuno di quei rifiuti. Anche i giudici hanno confermato che non

esisteva «un animus nocendi, quanto piuttosto un (pur non encomiabile) animus iocandi », visto che le «carte di risulta inserite nei tubi erano ben visibili ed estraibili dall’addetta ai controlli». Tuttavia quell’atteggiamento, ripetuto «quasi tutti i giorni per più di sei mesi», ha finito per configurare secondo la Cassazione «un grave inadempimento degli obblighi di diligenza e correttezza gravanti sul lavoratore ».



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