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Un aiuto a chi è in sofferenza. Ma c’è il rischio assistenzialismo

Un aiuto a chi è in sofferenza. Ma c’è il rischio assistenzialismo

Suscitare un eccesso di attese al Sud e perdere consensi al Nord sono i rischi politici che il Movimento 5 Stelle avrebbe davanti se realizzasse quello che ha chiamato «reddito di cittadinanza». Il nome, suggestivo, non è esatto, perché si tratta di un’integrazione fino a un reddito minimo condizionata alla ricerca di lavoro. Già cinquecento anni fa, gli umanisti Tommaso Moro (nel libro «Utopia») e Juan Luìs Vives proposero che ogni cittadino ricevesse dallo Stato un minimo vitale, per evitare che la miseria spingesse al furto. Invece, nel mondo di oggi, fino a che punto la garanzia di un reddito può indurre alla pigrizia?

Un vero «reddito di cittadinanza» è uguale per tutti senza condizioni: lo stanno testando in Finlandia su duemila disoccupati estratti a sorte, 560 € al mese per 2 anni. Dovrebbe renderli più sereni nella ricerca di un impiego, o dargli tempo di metter su una attività autonoma. Un anno è trascorso, ancora mancano dati su che cosa accada. Il reddito del programma M5s ai pigri dovrebbe poi essere tolto. «Dopo la terza offerta di impiego rifiutata? Siamo sicuri che in Italia si riesca a controllare questo?» chiede l’economista Francesco Daveri, Università di Parma e Bocconi, che sta studiando gli effetti dell’innovazione tecnologica sul lavoro. Tra 5 milioni di beneficiari, parecchi un’offerta non la riceverebbero mai.

Diversi Paesi con indennità di disoccupazione generose nei primi anni Duemila ne hanno irrigidito i criteri, subordinandole a un’attiva ricerca di impiego. Sono documentati espedienti vari per eludere, perfino falsi licenziamenti concordati per tornare a percepire l’indennità: in Italia potrebbe nascerne un business.

 

Nelle intenzioni, il reddito garantito cancellerebbe i lavori precari più miseri, a cui nessuno vorrebbe più prestarsi. Ma, al contrario, nelle aree dove il lavoro nero è già diffuso, si potrebbe tentare di sommare l’uno e l’altro. Inoltre le richieste potrebbero dilagare al di là dei calcoli fatti, come già avvenuto per un’erogazione della Regione Campania.

 

In linea di principio, concedere automaticamente una somma a tutti taglia corto con i ritardi delle burocrazie e i favori delle clientele. Per questo ci sta pensando l’India. Ma nei Paesi avanzati se così si sostituiscono altre forme esistenti di soccorso alla povertà, avverte l’Ocse, le fasce più deboli potrebbero ricevere meno di prima. Soprattutto, osserva Daveri, «non è quello che serve di fronte ai problemi di oggi. La disoccupazione prodotta dall’arrivo di nuove tecnologie o da altre trasformazioni ha bisogno di interventi più mirati. Occorre pensare a strumenti nuovi, che durino se necessario più a lungo dell’attuale indennità». In altre parole, «va bene riqualificare i disoccupati, ma non possiamo chiederlo a un cinquantenne il cui posto di lavoro scompare. Per esempio, possiamo aiutarlo ad accettare un impiego differente con uno stipendio più basso, come è stato fatto negli Stati Uniti. Un piccolo stanziamento c’è già nella legge di bilancio 2018, occorre far meglio».

 

Da tempo il presidente dell’Inps Tito Boeri lamenta la mancanza di uno strumento unico per soccorrere sia gli indigenti sia chi a dispetto degli sforzi resta disoccupato oltre la durata dell’indennità. Forse è da lì che, per un compromesso di governo, si può partire.



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