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Australia, una stagione infernale

Le cifre sulle conseguenze degli incendi che hanno messo in ginocchio l’Australia sud-orientale a partire da settembre sono tanto inquietanti quanto le prospettive che si profilano per l’ambiente negli anni che verranno. Almeno dieci milioni di ettari di vegetazione − l’equivalente per approssimazione di un’area grande quanto Umbria, Toscana, Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte messi insieme − sono andati bruciati, 28 persone sono morte nei roghi e si stima che oltre un miliardo di mammiferi, rettili e volatili abbiano perso la vita nelle fiamme o per disidratazione. Circa 2000 sono le abitazioni distrutte, il numero degli sfollati, negli Stati del New South Wales, Victoria e South Australia, ha superato quota 100.000 mentre le perdite in termini economici ammontano a oltre 4,4 miliardi di dollari, cifra record dei danni causati nel 2009 dagli incendi del cosiddetto Black Saturday ove morirono 173 persone.

In meno di tre mesi – tra novembre dell’anno scorso e gennaio – nel Paese sono stati battuti oltre 200 record di temperatura. Il Governo della coalizione liberal-conservatrice ha inizialmente minimizzato: “Gli incendi nei boschi australiani non sono una novità, il problema si è presentato in passato e si ripresenterà”. È vero, il territorio australiano è da sempre sottoposto a ondate di incendi naturali. Le sue sterminate foreste di eucalipti e il bush, una savana semi-arida cespugliosa molto simile alla macchia mediterranea, bruciano da oltre 100 milioni di anni, da quando l’Australia ha iniziato a separarsi dal supercontinente Gondwana e a isolarsi tra gli oceani. Le specie vegetali più forti hanno resistito nel tempo bruciando ed evolvendosi per prevalere nelle generazioni successive sulla vegetazione concorrente. Tuttavia, la temperatura media all’interno dell’ecosistema australiano è aumentata considerevolmente dall’era pre-industriale ai nostri giorni (+1,4°C rispetto alle temperature medie globali) e i periodi di estrema siccità sono diventati molto più duraturi modificando profondamente il capitale naturale australiano.

Oggi le condizioni climatiche sono talmente estreme che i roghi distruggono anche ecosistemi forestali tradizionalmente più umidi e raramente interessati dalle fiamme. Generalmente il periodo caratterizzato dai roghi inizia in ottobre, a metà della primavera australiana, ma l’anno scorso i primi incendi sono arrivati a luglio. Verso fine anno la situazione era fuori controllo: decine di migliaia di persone in fuga dalle fiamme cercavano riparo sulle spiagge, colonne di fumo oscuravano intere città e il numero delle vittime a causa dei roghi era già a due cifre. Mentre gli scienziati ammonivano circa il ruolo svolto dalle emissioni dei gas serra nell’innalzare le temperature e nel creare condizioni climatiche e ambientali eccezionalmente secche, tali da favorire incendi di enormi proporzioni, gli ambientalisti invitavano il governo federale a rivedere le politiche energetiche e industriali altamente inquinanti del Paese. Ma il Primo Ministro federale Scott Morrison faceva orecchie da mercante.

Nel suo discorso di Capodanno alla nazione, Morrison evitava di fare alcun collegamento tra incendi e surriscaldamento climatico, esortando gli australiani a mettercela tutta per superare l’ennesima prova che la natura aveva deciso di serbare loro. Nei giorni successivi la notizia dell’arresto di 180 piromani in diversi stati australiani, diffusa dalla News Corp di Rupert Murdoch (da sempre vicino ai negazionisti), e rilanciata addirittura dal Presidente americano Donald Trump, aveva fatto gioco a chi sostiene che non vi sia collegamento tra il surriscaldamento del clima e l’intensificarsi dei roghi. La notizia veniva smentita dalle autorità facendo sorgere il sospetto negli ambientalisti che si trattasse più che altro di un ulteriore tentativo di disinformare gli australiani. Soltanto a crisi inoltrata, Morrison ha annunciato provvedimenti relativi a questioni contingenti, richiamando tremila riservisti dell’esercito per le operazioni di soccorso, inviando navi e altri velivoli militari per aiutare i vigili del fuoco e creando una nuova agenzia federale per coordinare la fase post-emergenziale. Nessuna misura per diminuire le emissioni di anidride carbonica. Secondo una stima di Carbon Brief, il gruppo che studia i cambiamenti climatici finanziato dalla European Climate Foundation, il contributo pro capite di emissione di gas serra degli australiani è circa tre volte superiore alla media globale (sebbene l’Australia generi “solo” l’1,3% delle emissioni totali).

Le aspettative degli ambientalisti che avevano chiesto a Morrison di ridimensionare l’ultra-miliardaria industria australiana del carbone (dalla quale dipende gran parte dell’energia elettrica del Paese e che offre lavoro a 250.000 persone) sono andate deluse.  C’è poi la questione legata al progetto estrattivo Carmichael, la più grande miniera di carbone a cielo aperto che il magnate indiano Adani intende costruire non lontano dalla barriera corallina, nel nord del Queensland. Molti temono un altro ecocidio se il progetto andrà avanti.  Lo scorso anno Morrison ha anche eliminato la cosiddetta Garanzia Energetica Nazionale (NEG), un programma energetico giudicato insufficiente dagli esperti per raggiungere gli irrisori obiettivi di riduzione delle emissioni del 26% entro il 2030 presi in seguito gli Accordi di Parigi del 2015, finora mai rispettati da Canberra. Oggi, in seguito alle forti critiche ricevute per la gestione della crisi degli incendi, il Primo Ministro australiano ha fatto un passo indietro, impegnandosi per una riduzione delle emissioni del 26-28% nei prossimi 10 anni, una quota che rimane sempre molto bassa rispetto al taglio del 45% proposto dal partito laburista all’opposizione.

È intorno a queste posizioni inconciliabili che ruota da oltre vent’anni in Australia il dibattito sull’ambiente. Negazionisti climatici contro ambientalistineoconservatori contro progressisti. Mentre nel Regno Unito partiti ideologicamente distanti anni luce hanno da tempo trovato una posizione comune sulla politica di riduzione delle emissioni, nella più grande ex-colonia britannica del sud-est asiatico, le forze politiche maggiori non riescono a individuare una linea condivisa sulla questione ambientale.

Se il presente è estremamente preoccupante il futuro può essere addirittura peggiore. Gli incendi di questi mesi hanno danneggiato seriamente le infrastrutture di approvvigionamento idrico interrompendo l’erogazione di energia utilizzata per trattamenti di primaria importanza come la disinfezione dell’acqua con il cloro, necessaria per uccidere i microrganismi e renderla potabile.

Una grave crisi idrica è dietro l’angolo secondo gli esperti. In alcuni tratti le rive del Murray-Darling, il più grande bacino idrico del Paese (lungo oltre 2,500 Km) sono coperte da centinaia di migliaia di carcasse di pesci. Secondo gli scienziati l’aumento delle temperature, gli incendi e l’ecatombe ittica sono fenomeni collegati tra loro, dovuti all’azione antropica e alla conseguente evoluzione ambientale. Il caldo estremo e la cenere degli incendi boschivi, che contiene sostanze come azoto e fosforo, avrebbero stimolato la crescita di cianobatteri, noti come “alghe blu-verdi” che intrappolano l’ossigeno presente nell’acqua, producendo tossine e avvelenando i pesci. In aggiunta a ciò il Murray-Darling, il cui corso è stato deviato in vari punti per motivi di irrigazione agricola, è spesso stagnante, putrido e i livelli delle sue acque sono talmente bassi che il fiume fatica ad arrivare all’Oceano. Migliaia di fattorie e allevamenti di quattro stati (South AustraliaVictoriaNew South Wales e Queensland) prelevano dal bacino idrico quantità d’acqua molto più elevate del consentito, spesso con il benestare delle amministrazioni locali, prosciugando il sistema fluviale.

Oltre tre milioni di persone che dipendono dal moribondo Murray-Darling rischiano di diventare i primi rifugiati climatici australiani.

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Written by forestalinews

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