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Dal Canada alla Siberia, il pianeta frigge

er sessant’anni gli scienziati del clima hanno pronosticato e spiegato con ogni dettaglio possibile quello che sarebbe, inevitabilmente, accaduto sul pianeta Terra. Ondate di calore estremo, inondazioni, siccità, uragani di intensità mai registrate prima. Poco è stato fatto per fermare questa corsa. E la crisi climatica ha superato, in peggio, ogni previsione. Ora gli stessi scienziati dicono: «Nessun luogo è più sicuro». I roghi in Siberia e ora in Canada, ne sono la conferma. Tutte le regioni del mondo, dall’America settentrionale all’Europa, dall’Asia all’Australia, devono prepararsi ad eventi meteorologici sempre più estremi.

La scienza suona l’allarme dopo le ondate di calore estremo in Canada e Usa, gli incendi in Siberia e il caldo «invivibile» in Medio Oriente: «Prepariamoci agli eventi estremi». Rischio di frequenti inondazioni, siccità, uragani di intensità mai registrate prima

Sulla costa Nord-occidentale dell’America, dalla California settentrionale fino all’Alaska, le temperature in questo inizio d’estate hanno raggiunto picchi mai toccati prima. Nella Columbia Britannica, la colonnina di mercurio è arrivata fino a uno scioccante 47,9° nel villaggio di Lytton. Due giorni dopo il paesino di 300 abitanti è scomparso fra le fiamme degli incendi scoppiati proprio per quelle temperature estreme, più tipiche del deserto del Sahara che di un bosco posto oltre la latitudine 50°, più o meno all’altezza di Londra. In tutto il Canada centinaia di persone sono morte per stress termico, le strade si sono deformate, i cavi elettrici sciolti.

I legami climatici tra Artico e Yakutia

Non succede soltanto in Canada. Ai primi di luglio le autorità russe hanno riferito che il caldo record e una siccità storica nella repubblica siberiana di Sakha, nota anche come Yakutia, sta favorendo la diffusione di estesi incendi in tutta la regione, coperta per oltre l’80% dalla foresta boreale, o taiga. Sono scoppiati più di 250 incendi su oltre 600.000 ettari di terreno in tutta la Repubblica, la regione più grande della Russia.

Michael E Mann, professore di scienze atmosferiche presso la Pennsylvania State University e autore di The New Climate War, ha affermato che il clima è stato in parte destabilizzato dal drammatico riscaldamento dell’Artico e che i modelli climatici esistenti non sono riusciti a catturare la portata di ciò che stava accadendo: «I modelli hanno effettivamente sottovalutato l’impatto che il cambiamento climatico sta avendo su eventi come l’ondata di caldo senza precedenti a cui stiamo assistendo in questo momento nell’Ovest degli Stati Uniti».

Temperatura e umidità fatali per l’uomo

Ancora più grave la situazione in Medio Oriente, dove, ad inizio giugno, cinque Paesi hanno superato la soglia dei 50°. Un calore «invivibile», allorché la cosiddetta temperatura di “bulbo umido” (data da un termometro coperto da un panno umido) supera i 35°: quando l’umidità è bassa gli esseri umani possono sopravvivere a temperature ben oltre i 50°, se però sia la temperatura che l’umidità sono elevate, nulla può rinfrescare il corpo, né sudare né immergersi in acqua. L’uomo non sopravvive neppure se sta all’ombra. L’anno scorso, alcune località nel Golfo Persico e nella valle del fiume Indo in Pakistan avevano già raggiunto questa soglia, anche se solo per un’ora o due, e solo su piccole aree. Il rischio è che la durata e l’estensione di tali condizioni “disumane” possano in futuro ampliarsi se non si correrà ai ripari. (continua a leggere dopo i link)

L’aumento dei gas serra quintuplica i rischi

La causa principale delle ondate di calore e degli incendi, hanno confermato le agenzie Onu, è senza alcuna ombra di dubbio il cambiamento climatico in atto. Il surriscaldamento dovuto alle emissioni di gas serra di origine antropica (ovvero generate dalle attività umane) è misurabile e così gli scienziati possono ora calcolare anche l’aumento della probabilità degli eventi estremi. Ad esempio, l’ondata di caldo che ha soffocato l’Europa nel 2019 — provocando la morte di 2.500 persone — era cinque volte più probabile di quanto sarebbe stata senza il riscaldamento globale.

L’obiettivo zero emissioni entro il 2050

L’unica soluzione possibile è l’azzeramento delle emissioni nette di CO2 entro il 2050, avvertono gli scienziati. È, però, altrettanto importante l’adattamento alla crisi climatica. Ovvero, essere preparati alle future ondate di calore attraverso una pianificazione delle inevitabili emergenze sanitarie che verranno. Fornire informazioni e servizi, fino a trasferire le persone più vulnerabili in luoghi climatizzati. E anche gestire meglio le forniture di elettricità, in modo che non siano più vulnerabili ai black out improvvisi, come è successo in America, e progettare le città e le abitazioni con più verde e altre soluzioni anti-caldo, come sta facendo ad esempio la città di Miami, sostituendo le palme con piante dalle chiome più ampie che forniscono un’ombra maggiore.

Finora, soltanto 13 Paesi hanno presentato i propri piani di adattamento, come prescritto dall’accordo di Parigi sul clima sottoscritto nel 2015. E anche quei piani sono considerati in linea generale «insufficienti». Il vertice COP26 che si terrà in novembre a Glasgow – pandemia da Covid-19 permettendo – «dovrà puntare i riflettori sulla pianificazione dell’adattamento e sui finanziamenti per i Paesi vulnerabili — avverte su The Guardian Simon Lewis, professore di “Global Change Science” all’University College di Londra e all’Università di Leeds —. Per limitare gli impatti di ondate di caldo sempre più violente, la riduzione delle emissioni dovrà andare di pari passo con l’adattamento al mondo afoso che stiamo creando. Stabilizzare il clima entro il 2050 rientra nell’arco di una vita lavorativa, così come adattarsi per consentire a tutti noi di prosperare in questo nuovo mondo. Non c’è tempo da perdere».

pianeta 2021

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Written by forestalinews

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