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Disdetta telefono: che succede se non pago la penale?

Le penali nei contratti di telefonia fissa o mobile non sono valide, ma vengono giustificate in diverso modo: ecco come capire se pagare o meno.

Un nostro giovanissimo lettore ci dice di aver stipulato un abbonamento di telefonia mobile ma di averlo disdetto dopo meno di un anno per difficoltà di copertura nella propria zona. A seguito di ciò, ha bloccato il Rid bancario. Ora, la compagnia gli chiede il pagamento della penale di circa 100 euro, soldi che in questo momento il lettore non ha. Questi vorrebbe pertanto sapere che succede se non paga la penale per disdetta del telefono e cosa rischierebbero eventualmente i suoi genitori con cui tuttora convive. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Analizzeremo la questione sia sotto un aspetto tecnico-giuridico che pratico, di opportunità. Come vedremo a breve, infatti, la possibilità che la società telefonica possa avviare un’azione legale di tipo giudiziario contro il proprio cliente per un debito di importo così basso è piuttosto risicata. 

Ci sono poi alcune importanti considerazioni da fare in merito alla validità della clausola penale che, per poter essere efficace nei confronti del consumatore, richiede un’apposita forma.

Per stabilire che succede se non paghi la penale dopo la disdetta del telefono dobbiamo, però, fare un passo indietro e partire dal divieto, contenuto nella legge Bersani, di stabilire penali ai danni dei clienti di abbonamenti per la disdetta del servizio. Ma procediamo con ordine.

Penale per disdetta contratto telefonico: è valida?

Come abbiamo appena detto, la legge Bersani stabilisce il divieto di inserire penali negli abbonamenti telefonici e televisivi. 

In particolare l’art. 1, comma 3 della Legge 40 del 2007 (meglio nota, appunto, come “Legge Bersani”) stabilisce quanto segue: «I contratti per adesione stipulati con operatori di telefonia e di reti televisive e di comunicazione elettronica, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata, devono prevedere la facoltà del contraente di recedere dal contratto o di trasferire le utenze presso altro operatore senza vincoli temporali o ritardi non giustificati e senza spese non giustificate da costi dell’operatore e non possono imporre un obbligo di preavviso superiore a trenta giorni. Le clausole difformi sono nulle (…)».

Per come c’era da aspettarsi, gli operatori telefonici sono stati molto abili a superare questo divieto e ora le penali, se anche non possono chiamarsi in questo modo, sono comunque presenti in tutti gli abbonamenti perché giustificate in altro modo. 

In particolare, al posto delle penali, le compagnie telefoniche fanno pagare all’utente, in caso di recesso anticipato:

  • costi di disattivazione del servizio, che sarebbero altrimenti scontati qualora il cliente decidesse di rimanere con l’operatore per un periodo minimo di tempo fissato nel contratto;
  • il rimborso delle promozioni che sono state riconosciute all’inizio del contratto. Si pensi, ad esempio, a un contratto di 40 euro al mese che viene scontato a 15 euro a condizione però che il cliente non dia disdetta prima di almeno due anni; o al caso in cui la compagnia si faccia carico della tassa di concessione governativa. Ebbene, in tutte tali ipotesi, se il cliente decide di disdire anzitempo il contratto è tenuto a restituire gli sconti ricevuti in precedenza. 

Come visto, anche se non si tratta tecnicamente di penali, tali previsioni contrattuali hanno di fatto l’effetto di disincentivare il recesso del consumatore. 

Ciò nonostante il Consiglio di Stato (con la sentenza n. 1142/2010) ha ritenuto tali pratiche corrette. E così ha fatto anche l’Agcom, ossia l’Autorità Garante delle Comunicazioni, secondo la quale sono legittimi gli addebiti sull’utente dei costi di disattivazione del servizio e del rimborso per le promozioni ricevute all’attivazione del contratto quando l’abbonamento viene disdettato prima di data minima prefissata nel contratto stesso.

Ci sono però due condizioni importanti da rispettare affinché tali limiti possano ritenersi validi. 

Innanzitutto, i costi di disattivazione devono essere effettivi. La compagnia cioè deve dimostrare di aver davvero sostenuto una spesa per la cessazione dell’utenza telefonica. E su questo non abbiamo dubbi a credere che la società telefonica sia in grado di giustificare, in qualche modo, tale spesa.

In secondo luogo, la previsione dei rimborsi per le promozioni ricevute è valida solo se specificamente approvata dal cliente, il quale pertanto deve aver firmato un contratto scritto e aver sottoscritto la clausola in questione o comunque deve aver fornito il consenso nell’ambito di una registrazione vocale per telefono. E qui vengono i dolori per la compagnia telefonica.

Da un lato, infatti, il contratto non viene quasi mai spedito o, quando ciò succede, non tutti i clienti si preoccupano di firmarlo e rispedirlo alla compagnia. Il che fa mancare a quest’ultima la prova dell’accettazione della clausola in commento.

In secondo luogo, la registrazione telefonica potrebbe parlare genericamente di penale per rendere la previsione contrattuale più chiara all’utente; ma ciò la renderebbe automaticamente nulla perché, come detto, contraria alla legge Bersani.

In ogni caso, spetta alla compagnia del telefono dimostrare tale accettazione/registrazione; per cui, se il file dovesse andare smarrito per qualsiasi ragione, anche la penale sarebbe illegittima. 

Cosa si rischia se non si paga la penale?

Una volta superato lo scoglio della validità della penale – che non è detto si riesca a raggiungere agevolmente – la società del telefono che intende recuperare la “penale” dovrebbe agire in giudizio contro l’ex cliente, incaricando un avvocato affinché chieda un decreto ingiuntivo al giudice di pace e poi lo notifichi all’utente moroso. Fatto ciò, se l’utente non dovesse pagare, bisognerebbe procedere al pignoramento dei suoi beni (sempre che ne abbia), come il conto corrente, lo stipendio, la pensione, eventuali canoni di affitto percepiti dagli inquilini, alcuni elementi di arredo della casa.

Senonché il costo di questa procedura, per quanto proporzionato al credito, resta comunque elevato, soprattutto se si tiene conto che i decreti da notificare in tutta Italia potrebbero essere numerosi. Peraltro, la competenza del tribunale è sempre quella del luogo di residenza del debitore (in ossequio alle regole del codice del consumo). Con la conseguenza che la compagnia dovrebbe avviare tante azioni legali e disporre di tanti avvocati per quante sono le città della penisola. Un costo così elevato per la gestione del servizio di recupero crediti disincentiverebbe anche le società più capitalizzate. Senza contare il fatto che, anche avviando il pignoramento, non è detto che il creditore riesca a soddisfarsi, come succede sempre quando il debitore è nullatenente. Un rischio insomma troppo elevato, sicché il gioco non vale la candela.

Così, il più delle volte, le compagnie telefoniche si limitano a incaricare i call center di recupero crediti e a inviare, tutt’al più, delle lettere di diffida da parte dell’avvocato per generare una pressione psicologica sul debitore. A volte, tali lettere peraltro vengono spedite con affrancatura semplice e non con raccomandata. Non che ciò non abbia effetti (la messa in mora, infatti, in questi casi, non è necessaria prima di adire le vie legali), ma dimostra già l’importanza che il creditore dà alla singola pratica. 

La banca dati dei cattivi pagatori

C’è comunque un’ultima conseguenza per chi non paga le bollette del telefono e le penali: la compagnia potrebbe iscrivere il cliente nel registro S.I.Mo.Tel. ossia una banca dati appositamente istituita dalle compagnie del telefono (un po’ come lo è la Centrale Rischi per i debiti con le banche). Questa è finalizzata alla prevenzione delle morosità intenzionali della clientela titolare di contratti per la fornitura di servizi di telefonia fissa e mobile. La conseguenza potrebbe essere – ma è tutt’altro scontata – la difficoltà ad ottenere l’attivazione di un contratto con una seconda compagnia. In verità, il più delle volte, il problema non sussiste visto che si riceve la richiesta di pagamento della penale proprio perché si è già passati ad un altro operatore.

Cosa rischiano i conviventi in caso di debiti?

Analizziamo ora l’ultimo aspetto che ci è stato richiesto dal lettore: nel caso in cui questi conviva con i genitori, cosa rischiano il padre e la madre per il debito del figlio? In realtà, i debiti dei figli maggiorenni non si trasferiscono ai genitori, neanche se conviventi. 

L’unico problema potrebbe sorgere in caso di pignoramento mobiliare attivato dal creditore. L’ufficiale giudiziario, infatti, sarebbe tenuto a pignorare tutti i mobili rinvenuti nell’appartamento, che però potrebbero essere di proprietà non del debitore. Spetterebbe allora all’effettivo titolare (quindi il genitore) presentare in tribunale un’opposizione dimostrando di aver acquistato con i propri soldi il bene in oggetto. Il che richiederebbe una causa apposita patrocinata da un avvocato.

laleggepertutti

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Written by forestalinews

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