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Dopo il Covid ci saranno nuove pandemie, l’allarme degli esperti: ecco quali

In questo momento ci sono circa 1,6 milioni di virus sul pianeta che circolano tra i mammiferi e gli uccelli: di questi, circa 700mila potrebbero avere il potenziale per infettare l’uomo. Ad oggi, solo 250 sono stati identificati negli esseri umani. Gli altri sono ancora là fuori, semplicemente non hanno (ancora) fatto il salto di specie.

I virus sono presenti sul pianeta da milioni di anni, da molto più tempo di noi. Microscopici filamenti di codice genetico racchiusi in una sorta di guaina proteica che, per vivere e riprodursi, hanno bisogno di un ospite vivente.

Il rischio concreto di nuove pandemie

Come spiega bene Peter Piot, massimo esperto di virologia e scopritore del virus Ebola nel 1976, i virus sono così agili perché sono sempre alla ricerca del loro prossimo ospite: non possono moltiplicarsi senza una cellula vivente, hanno bisogno di piante, animali, esseri umani sensibili, quindi devono trovarli e poi passare da uno all’altro, di continuo.

Piot, capo della London School of Hygiene & Tropical Medicine, è certo che il Coronavirus non sarà la nostra ultima epidemia mortale. “Stiamo vivendo nell’era delle pandemie, e penso che ne vedremo sempre di più, e il motivo fondamentale è che non siamo riusciti a vivere in armonia con la natura“.

Nuove epidemie: le cause possibili

Piot indica anche i fattori che rendono più probabile l’insorgenza di malattie, come la deforestazione e il commercio illegale di animali selvatici. Le foreste coprono circa un terzo della terra sulla Terra, ma vengono abbattute, spesso per far posto a colture da reddito e all’allevamento di bestiame. Ogni minuto vengono spianate foreste delle dimensioni di 35 campi da calcio.

Ma anche il riscaldamento globale: più cresce, più cambiano le tipologie di malattia. Gli insetti portatori di malattie zoonotiche, come zecche e zanzare, ad esempio stanno espandendo il loro raggio d’azione e si stanno spostando in nuove aree.

Anche gli eventi meteorologici estremi come la siccità e le inondazioni hanno un grande impatto.

Quali pandemie potrebbero colpirci

La malattia di Lyme si sta diffondendo ad esempio in Nord America e in tutta Europa, spingendo recentemente il Centro europeo per il controllo delle malattie a lanciare un programma di monitoraggio ad hoc per questa malattia portata dalle zecche.

Per malattie come la febbre dengue, invece, le forti piogge ne rendono più probabile la diffusione creando terreno fertile per la zanzara che la trasporta. L’anno scorso si è verificato un numero record di casi di dengue in America Latina: più di 3 milioni, cifre davvero spaventosi.

Le previsioni di Galli e Bassetti

Difficile dire quando finirà (una previsione “nera” l’ha fatta Bill Gates), ma dopo la pandemia Covid sarebbe ingenuo immaginare che non ci saranno altre epidemie. A parlarne in questi giorni in Italia, tra gli altri, sono stati sia Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano e past president di SIMIT-Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, sia Matteo Bassetti, altro volto noto di questi mesi, dell’ospedale San Martino di Genova.

In occasione del XIX Congresso della SIMIT, Galli senza mezzi termini ha detto che questa epidemia “ci ha dato una lezione su come sia importante una buona rete epidemiologica, anche per fronteggiare alcune emergenze come quelle da Covid-19”.

Galli ha anticipato, senza mezzi termini, che arriverà un’altra grande epidemia, causata da germi multiresistenti: si tratta di germi che colpiscono tanto gli ospedali quanto gli ambienti esterni, “una delle principali minacce di questo decennio”.

Da tempo in Italia si discute, negli ambienti ospedalieri, se esista un’emergenza legata alle infezioni da germi multiresistenti, e la risposta è che sì, si tratta di un problema significativo sia per l’entità epidemiologica, cioè per la sua incidenza, che per la valenza clinica delle infezioni causate da questi microrganismi: elevata mortalità e difficoltà a completare l’iter terapeutico per le altre patologie da cui sono affetti i pazienti.

Anche Matteo Bassetti ha affrontato il tema pandemie che potrebbero colpirci nei prossimi anni. Il rischio, secondo lui, è che in Italia, a causa del fenomeno della tropicalizzazione, possano diffondersi malattie tipiche di fasce climatiche differenti. “È già successo con il virus del Nilo Occidentale, che può provocare malattie gravi del cervello” spiega.

Oppure il virus chikungunya, trasmesso dalla zanzara tigre tipico di alcune aree tropicali, diventando addirittura endemico in un’area del Polesine.

Stesso discorso per la febbre gialla in America Latina. A causa del cambiamento climatico, il suo vettore di trasmissione principale, un determinato tipo di zanzara, “si sta diffondendo enormemente in tutto il mondo, spesso portando il virus con sé”. La differenza sostanziale, ad oggi, è che il vaccino per la febbre gialla almeno esiste già e viene consigliato a tutti coloro che intraprendono un viaggio in zone a rischio, come buona parte dell’Africa.

Cosa serve fare

Negli ultimi anni, come ha ricordato Galli, proprio l’infettivologia ha subito tagli pesanti, unità complesse che sono passate a semplici, mentre in alcune strutture ospedaliere la figura dello specialista infettivologo è stata considerata addirittura inutile.

“E sono decenni che sulla medicina territoriale non si investe, che si rilevano anche differenze sostanziali tra una regione e un’altra”. Sarebbe opportuno che questa epidemia ci insegnasse ad andare “nella direzione esattamente opposta”. Oggi la sanità pubblica, purtroppo, “vige in stato semicomatoso”.

Lato ricerca, purtroppo non ha ancora prodotto un farmaco universale in grado di debellare tutti i germi multiresistenti. Quindi, spiegano gli esperti, la scienza dovrà proseguire nello sviluppo clinico di molecole più innovative, ma anche lavorare per utilizzare in modo più efficace i farmaci già esistenti (pensiamo ad esempio all’uso della vitamina D contro il Covid, di cui si parla, inspiegabilmente, pochissimo).

Un ruolo fondamentale sarà anche quello, ormai evidente a tutti, della prevenzione: igiene e lavaggio delle mani, sempre e comunque, in primis.

Come ha sottolineato Galli, diventa anche indispensabile, soprattutto per gli anni a venire, la presenza di una funzione specialistica dedicata all’infettivologia in ogni centro ospedaliero, non soltanto da un punto di vista strettamente clinico, ma anche dal punto di vista epidemiologico, affinché ci possa essere un possibile riscontro precoce di condizioni che diventano poi di interesse della prevenzione territoriale nel senso più vasto.

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Written by forestalinews

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