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Dopo un’estate con record di incendi, inchiesta su una tragedia a cui molti si sono abituati. Ma non tutti

La Sicilia brucia, ma niente pettegolezzi. La cronaca locale ha fatto il suo dovere, demoralizzata dalla ripetizione, come per la viabilità dei controesodi o la furia delle bombe d’acqua. Un appuntamento stagionale. Solo più camurriusu, seccante, di altri. Eppure, in soli tre giorni alla fine dell’estate, seicento incendi hanno distrutto l’enormità di quattromila ettari, compresa la riserva dello Zingaro, una delle destinazioni più concupite da turisti di ogni dove.

Quando la visito sono passate varie settimane dal 30 agosto del rogo che ha orribilmente ustionato la sua chioma verde, ormai marrone come la terra. Partito da punti diversi. Col favore dello scirocco, che mette le ali alle fiamme, e della sera, quando i Canadair non possono volare. Anche il più integralista dei no mask balbetterebbe nel negare il dolo. Gli ettari totali andati in fumo quest’anno sarebbero diecimila (il 4 per cento dei boschi “di pregio” siciliani). Il 30-50 per cento in più rispetto agli anni precedenti stando ai calcoli, limitati alla provincia di Palermo, del dirigente regionale Vincenzo Lo Meo.

Quale soglia dovrà essere superata perché diventi l’apertura di tutti i tg almeno fin quando qualche responsabile non sarà trovato, al di là dei risibili due piromani all’anno beccati, negli ultimi venti, come misera prova ontologica che lo Stato c’è? Perché in questa storia quintessenzialmente siciliana (tra gli ingredienti: cronica mancanza di lavoro, assistenzialismo, omertà) alcune cose non sono ciò che sembrano ma tantissime gridano vendetta per il fatto che nessuno ci metta mano a dispetto della loro abbacinante evidenza. Mettere in fila queste ultime, per il lettore digiuno del Continente e per quello isolano che non si arrende a farci il callo, è lo scopo delle righe che seguono. Siccome la faccenda è una giungla di complessità, mi faccio aiutare da “Salviamo i boschi Sicilia!”, un coordinamento che mette insieme vari pezzi della società civile, nel quadrante nord-occidentale della regione. Ambientalisti, agronomi, vecchi amici di Peppino Impastato, prof delle superiori, militari e guardie forestali in incognito, precari perenni. Tutta gente che, come auspicava Leoluca Orlando in un bel libro di una vita fa, non ha perso “la verginità dello scandalo”.

Mi hanno preso in carico, dall’alba al tramonto, scambiandomi di auto in auto come un ostaggio, nella versione sport estremo di un Wildfires Tour. Che inizia dalla Moarda, la montagna prima frondosa ora glabra mezz’ora a sud-ovest di Palermo. Mi scortano Pietro Ciulla, valoroso presidente del Wwf, e due forestali che non citerò per evitar loro grane. Mi introducono al lessico di base, a partire dai viali tagliafuoco, quelle piste senza vegetazione che dovrebbero impedire agli incendi di propagarsi, non offrendo loro niente che possa bruciare. Esistono regolamenti sulla loro larghezza: 20 metri minimi al confine dei boschi, intorno alle case demandati ai proprietari. Ma chi deve controllare che siano a norma di legge, senza accumuli di foglie altamente infiammabili? Gli operai forestali, a partire da maggio di ogni anno, ma non succede quasi mai perché i soldi per pagarli si trovano sempre all’ultimo e la manutenzione non parte che a giugno inoltrato, quando ormai è troppo tardi. Per non dire del sindaco, che dovrebbe verificare che almeno quelli intorno alle abitazioni siano a posto e multare gli inadempienti. Non succede.

Qui, in località Altofonte, nella notte del 29 agosto sono stati ritrovati cinque inneschi diversi. L’agronomo mi fa vedere come le fiamme siano passate vicino alle case e sussurra: “Sanno tutti nome e cognome di un pastore che è solito dare fuoco al bosco per ottenere erba tenera per il pascolo. Ma siccome è uno considerato pericoloso nessuno dice niente”. Tanto è vero che, durante una manifestazione contro i roghi, la sindaca si è lamentata che ad ascoltarla ci fosse gente di fuori ma nessun suo concittadino. Tra le tante piste c’è quella della “mafia dei pascoli”. Qualcuno indaga? Forse.

La tappa successiva è la Montagna Grande, un’ora a ovest, oltre Alcamo e Calatafimi. Qui la delegazione, capitanata dall’attivista Francesco Gruppuso, è più nutrita e comprende ex amministratori locali e un ispettore della guardia forestale che non è autorizzato a fare dichiarazioni ma non riesce a tacere. Di cosa parliamo quando parliamo di forestali? L’aggettivo è lo stesso, ma una cosa sono le 500 guardie (di cui solo 350 sul campo) confluite nei Carabinieri nel resto d’Italia ma non qui, mentre tutt’altra è l’esercito di manodopera stagionale che si occupa di manutenzione ordinaria e spegnimento roghi. “Da 22 mila che erano, oggi sono 19 mila, di cui solo cinquemila adibiti all’antincendio, un bacino elettorale che ha portato in Parlamento, sia a destra che a sinistra, un discreto numero di persone” mi spiega Massimo Fundarò, ex deputato verde. Mantenerli precari nei secoli è stata garanzia di ricattabilità. E di inefficienza, dal momento che ogni programmazione è impossibile quando non sai nemmeno su quanti potrai fare affidamento di stagione in stagione.

L’ispettore introduce un’altra tessera del puzzle: i Canadair. L’Italia, apprendo, ne ha la flotta più grande del mondo: 19 velivoli (più 12 elicotteri, sostanzialmente inutilizzati). Di proprietà della Protezione civile ma in gestione ai privati. Googlate “scandalo sette sorelle”. Ovvero le solite aziende che, accusate di fare cartello, immancabilmente si aggiudicano i bandi multimilionari. Il diritto di chiamata è di 10 mila euro. Poi 15 mila euro per ora di volo e/o 1.500 euro a lancio. Che, se è sbagliato e non va a bersaglio, non dovrebbe essere pagato. Quante volte è successo? “Mai, che io sappia” confessa l’ispettore, direttore delle operazioni da terra, “in aria c’è il pilota, non vuoi litigarci anche se a volte gli errori sono plateali”.

Su Facebook trovo una chat di cacciatori che raccontano di come il fuoco lo avrebbe appiccato un agricoltore sul suo campo, per liberarsi degli stralci. Il vento avrebbe permesso alle fiamme di saltare la provinciale ma i forestali, di guardia in un gabbiotto a poche centinaia di metri, non sono intervenuti perché a loro spetta il demanio e ai campi devono pensarci i pompieri. E così, di assurdità in assurdità, il 31 luglio sono andati in fumo millecinquecento ettari.

Un’oretta più a nord e arriviamo alla riserva dello Zingaro. Camillo Di Maria, ex dirigente della forestale, si è inventato “Zingaro e non solo”, un’associazione che organizza trekking e altre attività sul territorio (“Solo se lo conoscono possono amarlo. E proteggerlo”). Mi fa vedere il punto prediletto dai piromani, ovvero dove la strada a doppio senso di marcia si sdoppia in due a senso unico ed è facile agire inosservati. “Basta uno zampirone con una corona di fiammiferi o un sacchetto di carta incendiato, con una pietra dentro. Li tiri e lo scirocco, in pochi minuti, fa salire le fiamme fino in cima alla montagna” dice.

Eccolo l’ingrediente magico! Magico, ma non misterioso: “Ci saranno sì e no una decina di giornate di scirocco all’anno. E la protezione civile manda l’allerta meteo il giorno prima. È come se si sapesse il momento esatto, sempre verso sera, in cui i ladri verranno a rubare. Basterebbe rinforzare la sorveglianza in quei momenti decisivi, mandando più uomini, oppure i vigili e la protezione civile se i forestali non bastano, mettere delle telecamere, allertare la cittadinanza per ronde spontanee, coinvolgere quelli che prendono il reddito di cittadinanza. Invece non mi risulta che modifichino neppure i turni ordinari. Se solo si raddoppiasse quello serale abolendo quello dell’alba sarebbe già un passo avanti. È incomprensibile!”.

Una negligenza così spaventosa che provo a farmela smentire da Giovanni Salerno, dirigente generale del corpo forestale: “Abbiamo già attivato una collaborazione, onerosa, coi vigili del fuoco. Stiamo prendendo in seria considerazione un’attività innovativa di videosorveglianza. La Regione ha avviato un percorso per assumere nuovi agenti. La verità è che, solo sullo Zingaro, parliamo di quasi quattromila ettari: bisogna coinvolgere tutti, anche i cittadini, perché manca, va detto, una coscienza civica”. Lui un’opinione precisa su chi siano i responsabili dice di non averla. Comunque almeno mi ha parlato, a differenza di Francesco Trapani, ispettore ripartimentale delle Foreste, che non ha neppure risposto alla mail. Una mancanza di efficienza che non credo abbia intaccato i premi di produttività, evidentemente ignifughi, che i dirigenti continuano a intascare malgrado i penosi risultati.

Castellammare del Golfo è una piccola perla sulla costa verso Palermo. Paolo Arena, ex insegnante, combattente di molte battaglie civili nonché marito della portavoce Mariangela Galante, convoca in casa sua un terzetto di stagionati operai forestali. Hanno tutti più di sessant’anni, con punte di trentacinque da precari. La loro piramide castale prevede tre livelli: 151, 101 e 78isti, dal numero di giornate annue lavorate. Un centunista, la categoria più numerosa, prende circa 5.000 euro per quattro mesi, quasi 2.000 di disoccupazione e altrettanti di assegni familiari se hai 2-3 figli. Totale 9.000 euro. “Alla fine sarebbe più conveniente assumerci tutto l’anno a 1.000 euro al mese” spiega uno che fa la vedetta nelle sempre più sguarnite torri di avvistamento, “togliendoci da questa umiliante incertezza e condannandoci a lavoretti in nero per i restanti mesi”. Peggio va giusto in California, dove i carcerati usati in prima linea prendono un dollaro l’ora, tanto da far parlare di schiavitù.

Nel toto-piromani la vox populi li vede ai primi posti dei soliti sospetti, “per garantirsi la stagione”, al punto che è nato anche un blog per tutelare il loro buon nome (forestaliantincendiosicilia.blogspot.com). Ma le giornate sono fisse, quindi bruciare non serve ad averne di più. Piuttosto, come mi suggerisce un amico siciliano, potrebbe essere un modo per “intavolare una trattativa con la Regione. Tipo: ecco che succede se non ci stabilizzate”, un po’ come le bombe mafiose del ’92. Tesi suggestiva e senza prove. I tre veterani snocciolano un rosario di lamentele. “Lavoriamo da giugno a ottobre. Da allora i mezzi non ricevono alcuna manutenzione e, l’anno dopo, non funzionano”. “Abbiamo affrontato muri di fuoco con i fabellotti, delle specie di grandi ramazze, perché la pompa non aveva acqua”. “Per il nostro precariato la Ue ha aperto una procedura d’infrazione”. È vero tutto e il suo contrario. Sono troppi (però per fare il confronto con altre regioni bisognerebbe dividere per tre e ottenere il quadrimestre lavorato in media). Sono troppo pochi (l’età media degli addetti agli incendi supera i 60 anni). “Quando dicono che siamo il più grande spreco della regione Sicilia non hanno torto, ma avrei paura ad affermarlo davanti a certi miei colleghi” dice uno che non fa una piega nemmeno di fronte alle fiamme. Perché le varie stratificazioni clientelari hanno lasciato inevitabilmente anche uno zoccolo di amici degli amici, con cui è meglio non babbiare.

Finisco il tour a Macari, frazione di San Vito, davanti alla quale la riserva di Monte Cofano a fine luglio sembrava un vulcano in eruzione. Nicola Biondo, giornalista, ex consulente parlamentare, vive con la compagna sotto la Rocca di Mezzogiorno, coinvolta nei roghi. “Già nel 2001 mi rotolarono in giardino 17 massi. Adesso siamo stati dichiarati zona R4, il più alto rischio idrogeologico. Un geologo mi ha detto: “Quando piove scappate” perché senza più alberi, e con le reti protettive fiaccate dal calore, potremmo essere travolti da una frana”. Ce l’ha col sindaco, che non si è nemmeno fatto sentire, soprattutto con una vicina cui la casa è andata in fumo, e si è limitato a chiedere la calamità naturale: “Ma questa calamità non è affatto naturale. Ci sono delle persone che danno fuoco e altre che non sorvegliano, lasciando loro campo libero. Noi cittadini dovremmo fare una class action contro chi non ci ha protetti e mette a repentaglio la nostra vita e il valore delle nostre case”.”Vista mare” e “zona R4” non stanno bene insieme in un annuncio immobiliare.

Non tutti, in paese, hanno apprezzato il suo attivismo: se qualcuno lo prendesse sul serio i lavori di consolidamento della montagna potrebbero comportare uno sfollamento temporaneo. E la magistratura, in tutto questo, chiedo all’ex cronista giudiziario? “A quanto pare si occupa solo della caccia a Matteo Messina Denaro, inchieste da prima pagina. E per un incendio simile nel 2012 la procura di Trapani archiviò tutto. Eppure questa è stata una tentata strage”. Misteri siciliani. Intanto il coordinamento “Salviamo i boschi Sicilia!” ha lanciato una petizione su change.org dal titolo Basta roghi! Basta promesse! che ha già raccolto 43 mila firme. Cita un dossier preparato tre anni fa che, a quanto pare, i magistrati non hanno preso minimamente in considerazione. Chiedono una commissione d’inchiesta regionale. Pretendono che la faccenda diventi una priorità per la politica locale.

Lavorando a quest’articolo ho chiesto un’intervista a Edy Bandiera, assessore all’Agricoltura, sviluppo rurale e pesca mediterranea, da cui dipendono gli operai forestali, e a Toto Cordaro, assessore al Territorio e all’ambiente, cui fanno capo le guardie forestali, nell’ennesima psichedelica duplicazione da far girare la testa. Nessuna risposta. Se tanto mi dà tanto, quella verso la riverginazione dello scandalo è una strada ancora lunga, tortuosa e disseminata di falò.

Sul Venerdì del 27 novembre 2020

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Written by forestalinews

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