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Viviana, trovata morta nel bosco. Ora , il mistero del figlio Gioele

I cani molecolari ansimano, indicano una pista. I poliziotti cercano tra l’ultimo lembo del bosco che degrada verso il mare, dove gli alberi sono così fitti da non fare passare il sole. Gridano: «Qui, qui, c’è un cadavere qui». Contrada Buzza, territorio di Caronia, paese a metà della costa tirrenica tra Palermo e Messina. Sono le tre e mezza del pomeriggio di ieri quando l’unità cinofila impegnata da cinque lunghissimi giorni nelle ricerche della dj torinese Viviana Parisi, 43 anni, scomparsa lunedì con il figlio Gioele di 4, lancia l’allarme. Nel giro di qualche minuto arrivano i vigili del fuoco del vicino paese di Santo Stefano di Camastra, la polizia scientifica, gli specialisti dei droni.

Sopraggiungono dalle contrade vicine, il sudore sulle tempie, qualcuno ha le lacrime agli occhi. Tra gli sterpi c’è il corpo in avanzato stato di decomposizione di una donna in posizione prona, la faccia nel terreno, il volto irriconoscibile, una maglietta e un paio di pantaloncini addosso, scarpe da tennis bianche con una striscia rosa: una calzata, una poco lontano. Nessuna traccia del bambino, cercato sotto ogni albero, in ogni anfratto, in ogni buca del terreno. Niente. La conferma arriva solo alle otto e mezza di sera. È lei, riconosciuta dalla fede nuziale con i due nomi incisi: il suo e quello del marito Daniele Mondello, ascoltato dalla polizia a Messina: aveva ritenuto compatibili gli indumenti del cadavere con quelli di sua moglie, ma non sapeva dare la certezza assoluta. La fede, quella non può mentire: gliel’hanno sfilata dal dito il medico legale e un vigile del fuoco che l’ha cercata come si cerca una figlia e che in queste sere chiudeva le ricerche con un sorriso di sollievo: «Anche oggi non abbiamo trovato niente, per fortuna». Di che cosa sia morta è presto per dirlo: servirà l’autopsia. Certo è improbabile che chi voglia suicidarsi si avventuri per le sterpaglie a margine dell’autostrada.

Viviana, morta da 5 giorni sotto il traliccio: l’ultimo mistero è la sorte del figlio Gioele

Ma nessuno dei soccorritori ha dubitato per un attimo che fosse proprio lei, Viviana. Pochi avevano creduto che si trattasse di un’altra donna, anche lei di 43 anni, scomparsa la sera prima dal paese di Castel di Lucio – molto più lontano – e poi tornata a casa ieri. No, era proprio lei, Viviana, cercata in questi giorni dappertutto, a decine di chilometri dal luogo della scomparsa, su per i sentieri impervi che portano agli alberi secolari del parco dei Nebrodi. E invece per un incredibile beffa morta qui, dove mille volte era stata cercata, a neanche due chilometri dal luogo in cui si era volatizzata dopo avere fatto un incidente con un furgoncino e avere accostato la sua macchina dentro la galleria Pizzo Turda dell’autostrada. E a meno di duecento metri dalla strada statale che corre parallela all’autostrada ma più a valle, verso il mare. L’avesse raggiunta, quella statale trafficata dove poco più in là c’è la base operativa delle ricerche, forse adesso sarebbe viva.

Le ultime tracce di lei risalgono ai momenti appena successivi all’incidente. «Abbiamo visto una sagoma femminile che usciva a piedi dal tunnel», avevano raccontato agli inquirenti sia i conducenti del furgone che altri due ragazzi di passaggio con un’altra macchina, quelli che da una colonnina poco più in là avevamo dato l’allarme al soccorso stradale. «C’era una donna che scavalcava il guard-rail», aveva poi riferito a questi ragazzi un’altra coppia di automobilisti che era sopraggiunta e poi se n’era andata, unica testimonianza (indiretta) che vede Gioele insieme con la madre. Gioele, il grande assente. «Lo cercheremo fino a notte, e poi ancora», dicono i vigili del fuoco che in questi giorni hanno ispezionato pure pozzi, laghi, canali di scolo delle acque sotto l’autostrada.

Quel che è successo si può ricostruire mettendo insieme i pezzi finora conosciuti di questa storia, ma per il mosaico intero bisognerà aspettare ancora. Viviana – forse uscita dalla galleria in un primo momento da sola – va a riprendere suo figlio in macchina, esce di nuovo a piedi e scavalca il guard-rail, forse istintivamente vuole mettere in salvo sé stessa e suo figlio dalla corsia dell’autostrada. Non ha il cellulare, lo ha lasciato a casa come fa spesso. Da mesi è depressa, uno stato di malessere acuito dal lockdown, è diventata un po’ mistica, dice spesso alla cognata (la sorella del marito) che vuole raggiungere il vicino paese di Motta d’Affermo, dove su una collina svetta la piramide di acciaio Corten fatta costruire dal mecenate Antonio Presti proprio dove passa il trentottesimo parallelo della terra. Dice che vuole portarci anche suo figlio. È uscita da casa dicendo che sarebbe andata a comprare le scarpe per il bambino nella vicina Milazzo, ma poi ha fatto più di cento chilometri in direzione di Palermo. Con una misteriosa pausa di venti minuti nel paese di Sant’Agata di Militello, prima di rimettersi in marcia.

Certo è disorientata, forse quell’incidente – seppure non grave – l’ha spaventata e fatto perdere del tutto la lucidità. Anziché tornare in galleria a prendere la macchina che è perfettamente in grado di marciare, anziché andare dal conducente del furgone che ha mandato fuori strada in un tentativo di sorpasso mal riuscito, anziché stare ferma in attesa dei soccorsi, fa l’unica cosa irrazionale. Si avventura a piedi con il bambino tra gli sterpi e la boscaglia che costeggia l’autostrada, verso il mare. E bisogna ancora capire come abbia fatto a raggiungere il posto dove l’hanno ritrovata, come sia riuscita a farli questi due chilometri, difficili anche per Rambo. Come abbia superato il canalone profondo due metri o la solidissima rete alta un metro e mezzo che costeggia l’autostrada e che la separa dal punto in cui il suo corpo è stato ritrovato. E’ possibile che si sia fatta male e sia morta di sete e di stenti. Ma anche che sia precipitata dall’alto, forse da un traliccio, forse cercando la morte: gli inquirenti lo hanno sequestrato, per capire se possa essersi gettata dopo essersi arrampicata. Potrebbe essere stata aggredita. Con sé aveva solo il suo bambino amatissimo, quello che – raccontava su Facebook – aveva riacceso il tasto play della sua musica. Gioele. Dov’è Gioele adesso? Scappato in cerca d’aiuto? Morto di stenti e ancora non trovato? Ucciso dalla madre? Morto e sepolto dalla madre per pietà prima di uccidersi? Preda dei cani e dei cinghiali che hanno sfigurato il corpo della madre? Difficile pensare che sia vivo. Ma ci può anche essere la possibilità, per quanto remota, che il piccolo non fosse con la madre al momento dell’incidente: la testimonianza che li vuole insieme è riferita da terzi, le due testimonianze dirette riferiscono di una «sagoma femminile». Da sola.

È notte ormai, ma ancora volano gli elicotteri qui, e i fari accesi illuminano il bosco, con quasi cento uomini a cercare il bambino. Qualcuno lo chiama per nome, nell’oscurità: «Gioeleeee». Ma non risponde nessuno.

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Written by forestalinews

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